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Nomine: Fiat, Unicredit e Monte dei Paschi: il risiko di primavera

di Stefano Righi

Cinque mesi che potrebbero cambiare definitivamente il profilo delle società industriali e finanziarie italiane. Cinque mesi di fuoco, con tre scadenze precise. A fine aprile entrerà in vigore l'articolo 36 della legge 214 del 2011 che vieta ai titolari di cariche negli organi gestionali, di sorveglianza e di controllo e ai funzionari di vertice di imprese o gruppi di imprese operanti nei mercati del credito, assicurativi e finanziari di assumere analoghe cariche in imprese o gruppi di imprese concorrenziali. A questa norma, rivoluzionaria per lo stantìo panorama italiano, Corriere Economia ha dedicato un servizio la scorsa settimana. Prima per portanza e potenziale rilevanza, la norma dell'articolo 36 non è però l'unica pronta ad agire nel senso di un più cristallino schieramento delle forze che governano le maggiori società italiane.
Un centinaio alla carica
Nella prossima primavera, secondo dati della Consob, saranno 115 le società quotate a Milano chiamate a rinnovare i loro organi di amministrazione e controllo: si va dal Monte dei Paschi di Siena di Giuseppe Mussari all'Unicredit di Rampl e Palenzona, dalla Fiat di Marchionne ed Elkann alla Banca Carige del presidente Berneschi, da Exor a Fiat Industrial, dalla Mediaset dei Berlusconi alla Luxottica dei Del Vecchio, da Isagro a Parmalat, da Poltrona Frau a Prysmian, da Risanamento a Rcs Mediagroup – che edita questo giornale – fino alla Save che gestisce l'aeroporto di Venezia, alla Salvatore Ferragamo e alla Tod's di Diego Della Valle. Se consideriamo una decina di amministratori per ogni consiglio (ma son di più), siamo a oltre 1.200 persone. Più di un battaglione dell'esercito.
Non bastasse l'azione combinata di queste due scadenze, in agosto entreranno in vigore le norme sulle cosiddette «quote rosa», che apriranno gli organismi di amministrazione, controllo e vigilanza in numero fisso anche alle donne. Sull'impatto delle norme di genere, trovate due servizi a pagina 3.
Tra le 115 società che hanno il consiglio di amministrazione o gli organi di controllo in scadenza ci sono molti big della finanza e dell'industria italiana. Difficile pensare possano accadere rivoluzioni in quei gruppi dove il controllo delle proprietà è così marcato da parte di un gruppo o di una famiglia. Ma se shakerate i tre elementi, ne esce una miscela che, in alcuni casi, potrebbe essere esplosiva
Piazza Cordusio
Il maggiore gruppo bancario italiano sarà probabilmente la società più toccata dalle novità di legge. Il presidente Dieter Rampl e il vicepresidente Fabrizio Palenzona siedono anche nel consiglio di Mediobanca; i consiglieri Vincenzo Calandra Buonaura e Luigi Maramotti hanno un posto anche nell'organo di amministrazione del Credito Emiliano: salvo involuzioni normative dell'ultima ora, dovranno scegliere. Ma la primavera di Unicredit si annuncia vivace anche perché il recente aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro ha cambiato il profilo della banca. E il presidente Rampl vorrebbe agire nel senso di un consiglio meno largo. Inizialmente erano 23 i posti da amministratore in Piazza Cordusio, poi le dimissioni di Salvatore Ligresti, Piero Gnudi e Carlo Pesenti lo hanno portato ai venti di oggi. Rampl, poi, vorrebbe allineare Unicredit alle maggiori società europee, che vengono ottimamente gestite da consigli di amministrazione di 15 persone, procedendo quindi all'asciugatura di un consiglio per certi versi troppo ampio.
L'aumento di capitale ha poi detto che in Unicredit le fondazioni di origine bancaria contano un poco meno rispetto al passato: riusciranno a mantenere i loro nove rappresentanti? Difficile, soprattutto se il consiglio scenderà a 15 componenti. Gli americani del fondo Capital research sono invece una assoluta novità (probabilmente da rappresentare in consiglio), e forse anche i privati investitori italiani che sono entrati nel capitale con quote sotto al 2 per cento (Francesco Gaetano Caltagirone, Leonardo Del Vecchio, Della Valle), ambiscono a una rappresentanza. La Banca d'Italia, lo scorso 11 gennaio, ha inviato une lettera sui requisiti di professionalità dei futuri consiglieri, alzando l'asticella rispetto al passato. In Piazza Cordusio stanno lavorando sulle candidature. Ma le variabili da far collimare sono davvero molte.
Rammarichi
La scorsa settimana il consigliere di amministrazione (anche) di una banca quotata privatamente non nascondeva il proprio fastidio davanti alla prossima e possibile scelta che sarà chiamato a fare. Però, aggiungeva, non è un bel paese quello in cui si rendono necessari simili provvedimenti di legge. Osservazione condivisibile. A simili intrecci si è giunti con un capitalismo di mercato relativamente giovane — la privatizzazione del Credito Italiano risale all'inizio degli anni Novanta — e la mancanza di una diffusa cultura economica di base sono le concause di una situazione che, di contro, è diventata quasi insopportabile. Il capitalismo di relazione sembra avere i giorni contati. L'interlocking, come gli anglosassoni definiscono questo fenomeno presente anche nei mercati più evoluti, verrà disciplinato. Certo, i rischi non mancano. Se Banca d'Italia alza l'asticella della qualità dei candidati amministratori, norme sul genere potrebbero in qualche caso stridere, sicuramente rendere più complesso il lavoro. Ma l'occasione è importante, nel segno della modernità e della trasparenza. E non va sciupata con i bizantinismi di cui già si sussurra. La crisi non è ancora superata e la creazione di doppie strutture per dare un posto agli amici degli amici con lo «zero virgola» del capitale risultano costose, fuori luogo e del tutto anacronistiche.

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