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Il nodo delle attività di clearing subito all’esame di Bruxelles

In attesa della nomina di un nuovo governo britannico dopo il voto di ieri, Bruxelles si sta preparando al negoziato con Londra in vista dell’uscita del Paese dall’Unione. Sul tavolo vi sono tra le altre cose nuove misure per garantire che la compensazione delle contrattazioni finanziarie in euro sia messa al sicuro. Novità su questo fronte potrebbero giungere già la settimana prossima, con la possibile proposta di una accresciuta vigilanza europea sulle attività londinesi.
Il tema del clearing in euro (come viene chiamata la compensazione in inglese) è particolarmente delicato. Oggi viene effettuato in gran parte a Londra attraverso le controparti centrali (Central Counterparties, o CCP secondo l’acronimo inglese). All’inizio di maggio, la Commissione europea aveva annunciato di voler adottare misure per evitare che questo aspetto cruciale delle contrattazioni finanziarie continuasse come se niente fosse ad avere luogo in un paese terzo, dopo Brexit.
«Con l’uscita del Regno Unito dall’Unione, un volume sostanzioso delle transazioni denominate in euro non sarà più soggetto né a un iter di compensazione (clearing) nella Ue, né alla legislazione comunitaria, né all’architettura di vigilanza europea», si legge in una comunicazione presentata qui a Bruxelles un mese fa dal vice presidente della Commissione Valdis Dombrovskis (si veda Il Sole 24 Ore del 5 maggio). Il rischio è di assistere a nuova instabilità finanziaria.
Sarà importante, aveva aggiunto Bruxelles, «assicurare che le controparti centrali siano oggetto di misure di salvaguardia garantite dal quadro legale comunitario». Ciò significa «che, dove necessario, vi siano sorveglianza accresciuta a livello dell’Unione e/o requisiti particolari quanto alla loro localizzazione». La settimana prossima, la Commissione europea dovrebbe presentare provvedimenti che mettono l’accento su una accresciuta vigilanza da parte delle autorità comunitarie.
Così è stato fatto, per esempio, nei rapporti in questo settore tra l’Unione europea e gli Stati Uniti. Parlando la settimana scorsa davanti al Parlamento europeo, il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi aveva ricordato quanto il momento della compensazione nelle contrattazioni finanziarie sia delicato, e quanto sia importante un controllo europeo quando questa avviene in Paesi terzi. Attualmente, Londra è responsabile del clearing di 850 miliardi di derivati in euro al giorno.
Intanto, proprio ieri, l’esecutivo comunitario ha illustrato quanto è stato compiuto finora per completare l’unione dei mercati dei capitali. La Commissione europea ha poi annunciato che nei prossimi mesi intende presentare misure per autorizzare licenze europee nelle attività di finanza tecnologica (per esempio il Bitcoin), provvedimenti legislativi per regolamentare le obbligazioni garantite (covered bond), e proposte per creare prodotti pensionistici pan-europei.
Interpellato ieri da un gruppo di giornalisti, il vice presidente della Commissione Dombrovskis ha spiegato che il rilancio del progetto di una unione dei mercati dei capitali, tutto teso tra le altre cose a facilitare anche il finanziamento dell’economia reale, «non è dovuto a Brexit». Tuttavia, l’ex premier lettone ha ammesso che l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione «dà un rinnovato senso di urgenza all’intero progetto (…) , tenendo in conto gli interessi dei Ventisette».
Contrastanti i commenti di ieri. Il gruppo di pressione Finance Watch si è impegnato a verificare che «presunti benefici competitivi e opportunità di investimento non provochino una deregolamentazione». Luigi Abete, il presidente dell’associazione FeBAF, ha invitato Bruxelles ad accelerare sulla strada intrapresa «per consolidare i segnali di ripresa che si stanno intensificando, anche in Italia». Mentre l’eurodeputato ecologista Sven Giegold ha sottolineato l’urgenza di facilitare gli «investimenti verdi».

Beda Romano

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