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No profit, paletti all’esenzione

Un ente no profit ha diritto all’esenzione Ici se l’immobile è destinato ad attività svolte con modalità non commerciali, anche se non viene utilizzato. Il mancato utilizzo non fa perdere il diritto al trattamento agevolato, a meno che non sia un indizio del mutamento di destinazione del bene o della cessazione della sua strumentalità. La stessa regola vale anche per Imu e Tasi. L’importante principio è stato affermato dalla Corte di cassazione, con la sentenza 20516 del 12 ottobre 2016.

Secondo la Cassazione, il mancato utilizzo di un immobile non esclude il diritto al trattamento agevolato. Assume rilevanza, invece, «solo quello che sia indizio di un mutamento della destinazione o della cessazione della strumentalità del bene». L’ente non commerciale ha diritto all’esenzione da Ici, Imu e Tasi, prevista dall’articolo 7, comma 1, lettera i) del decreto legislativo 504/1992, anche se l’immobile non viene utilizzato, «purché sia stato nella sua disponibilità». Nello specifico, «l’esenzione non spetta qualora l’immobile perda il carattere di strumentalità all’esercizio delle attività considerate oppure esca dalla sfera di disponibilità del soggetto non profit». Dunque prevale la destinazione, «restando irrilevante l’eventuale impossibilità temporanea di utilizzo effettivo».

 

Il possesso dell’immobile. Mentre la Cassazione ritiene non sia causa di esclusione del beneficio fiscale il mancato uso dell’immobile, gli stessi giudici di legittimità (sentenza 14913/2016) hanno affermato che un requisito essenziale per fruire dell’esenzione è il suo possesso qualificato da parte dell’ente. Per l’esonero dalle imposte locali, infatti, non è sufficiente il possesso di fatto. Altrimenti l’agevolazione si estenderebbe al soggetto titolare. L’uso indiretto da parte dell’ente che non ne sia possessore non consente al proprietario di fruire dell’esenzione.

 

Il comodato. Regole rigide anche per il comodato. Se un ente concede in comodato un immobile a un altro ente, che vi svolge l’attività con modalità non commerciali, non ha diritto all’esenzione Imu e Tasi poiché non lo utilizza direttamente. Nonostante il Ministero dell’economia e delle finanze (risoluzione 4/2013) si sia espresso fornendo un’interpretazione diversa, favorevole al mantenimento del beneficio anche in caso di concessione del bene in comodato. Del resto, la Cassazione ha chiarito che l’esenzione esige l’identità soggettiva tra il possessore, ovvero il soggetto passivo delle imposte locali, e l’utilizzatore dell’immobile. L’interpretazione del Mef non è in linea con le pronunce sia della Corte costituzionale (ordinanze 429/2006 e 19/2007) che della Cassazione, secondo cui per fruire dell’esenzione l’ente non commerciale dovrebbe non solo possedere, ma anche utilizzare direttamente l’immobile. Pertanto, per fruire dell’esenzione è richiesta una duplice condizione: l’utilizzazione diretta degli immobili da parte dell’ente possessore e l’esclusiva loro destinazione a attività peculiari che non siano produttive di reddito. L’agevolazione non può essere riconosciuta nel caso di utilizzazione indiretta, ancorché eventualmente assistita da finalità di pubblico interesse.

 

L’evoluzione normativa. In seguito alle modifiche normative che sono intervenute sulla materia, è stata riconosciuta l’esenzione parziale Imu e Tasi per gli enti no profit. Questo beneficio, però, non può valere per l’Ici. Per quest’ultimo tributo, in effetti, era richiesta la destinazione esclusiva dell’immobile per finalità non commerciali. L’evoluzione della norma che riconosce i benefici fiscali per una parte dell’immobile non può avere effetti retroattivi. Ancorché si tratti della stessa norma che disciplina l’agevolazione, non può essere riconosciuta l’esenzione parziale Ici, come avviene per Imu e Tasi, se parte dell’immobile è stata destinata a un’attività, tra quelle elencate dal citato articolo 7, svolta con modalità commerciali. I giudici di piazza Cavour, con la sentenza 4342/2015, hanno precisato che il trattamento agevolato è limitato «all’ipotesi in cui gli immobili siano destinati in via esclusiva allo svolgimento di una delle attività di religione o di culto» indicate nella legge 222/1985 e, dunque, non si applica ai fabbricati di proprietà di enti ecclesiastici nei quali venga esercitata un’attività sanitaria, non rilevando neppure la destinazione degli utili eventualmente ricavati al perseguimento di fini sociali o religiosi, che costituisce «un momento successivo alla loro produzione e non fa venir meno il carattere commerciale dell’attività».

Bisogna ricordare che la disciplina Imu, che si applica anche alla Tasi, dà diritto all’esenzione anche qualora l’unità immobiliare abbia un’utilizzazione mista. L’agevolazione si applica solo sulla parte nella quale si svolge l’attività non commerciale, sempre che sia identificabile. La parte dell’immobile dotata di autonomia funzionale e reddituale permanente deve essere iscritta in Catasto e la rendita produce effetti a partire dal 1° gennaio 2013. Nel caso in cui non sia possibile accatastarla autonomamente, il beneficio fiscale spetta in proporzione all’utilizzazione non commerciale dell’immobile che deve risultare da apposita dichiarazione.

Sergio Trovato

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