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No notaio? Startup alla deriva

La startup innovativa costituita senza notaio è di fatto «fuori controllo». Il curatore presso il Registro imprese conduce, infatti, solo verifiche formali all’atto della costituzione di queste srl in Camera di commercio. E questo in coerenza col dettato normativo, poiché è il dpr 581/1995 a limitare il raggio d’azione del Registro, imponendogli di svolgere «unicamente controlli formali». Tutto ciò, però, finisce per rendere illegittimo il decreto ministeriale del 17/2/2016, che consente la costituzione di startup innovative senza preventivo atto pubblico notarile, poiché l’assenza di verifiche sostanziali pone le norme italiane in contrasto con le disposizioni Ue. A sancirlo è una sentenza del Consiglio di stato (sezione sesta), datata 4 marzo 2021 e pubblicata ieri. La vicenda era partita da un ricorso al Tar Lazio del Consiglio nazionale del notariato, che il 4/5/2016 chiese l’annullamento del suddetto decreto MiSe. Poi, il Notariato impugnò anche la circolare attuativa, recante «l’approvazione del modello per le modifiche delle startup innovative».

Tornando alla pronuncia del Cds, i giudici hanno bocciato il dm in tre parti. E cioè:

– nella parte recante le modalità di redazione degli atti costitutivi delle startup;

– nella parte in cui viene stabilito che «l’atto costitutivo e lo statuto, ove disgiunto, sono redatti solo in modalità informatica»;

– infine, nella parte in cui vengono ampliati i poteri di controllo del registro imprese, prevedendo che quest’ultimo verifichi «la liceità, possibilità e determinabilità dell’oggetto sociale», oltre che «la riferibilità astratta del contratto (ex art. 25 del dl 179/2012, modificato dall’art. 4, comma 10 bis, del dl 3/2015).

La conseguenza di ciò, rileva il Notariato in una nota, è che l’assenza di controlli preventivi, amministrativi e giudiziari, da parte delle Cdc finisce per porre «in contrasto» il decreto italiano «con quanto richiesto obbligatoriamente dalla normativa europea. E cioè con le direttive 101/2009 e 1132/2017, che dispongono che l’atto costitutivo o lo statuto della società e le loro modifiche debbano rivestire «la forma di atto pubblico» (…) «in tutti gli stati membri la cui legislazione non preveda, all’atto della costituzione, un controllo preventivo, amministrativo o giudiziario».

Vi sono poi ulteriori censure del dm, già rilevate in sede di primo giudizio presso il Tar Lazio (sentenza 2 ottobre 2017 n. 10004) e condivise da palazzo Spada, che attengono «alla corretta implementazione della normativa antiriciclaggio e agli obblighi fiscali relativi alla registrazione degli atti». Queste lacune, però, non coinvolgono attribuzioni dei notai, chiosa palazzo Spada, ma richiedono, semmai, «l’introduzione di nuovi obblighi a carico degli enti camerali».

A fronte della pronuncia del Cds, il Notariato ha rimarcato di non essere contrario al modello startup innovativa, ma ha posto l’accento «sull’importanza del controllo di legalità preventivo in ambito societario» per «mantenere l’affidabilità dei pubblici registri e non consentire a organizzazioni malavitose di utilizzare indiscriminatamente nuovi modelli societari» non adeguatamente sorvegliati.

La sentenza ribadisce che «la dottrina è concorde nel riconoscere che, al Conservatore sia consentito un controllo meramente formale». Di conseguenza, «l’atto impugnato ha illegittimamente ampliato l’ambito dei controlli del Registro imprese, senza un’adeguata copertura legislativa che autorizzasse tale innovazione». E «in assenza di essa l’iscrizione alla sezione ordinaria» può «permanere solo se la società possiede i requisiti di forma e sostanza di una comune srl». In altri termini, solo se è costituita «con atto pubblico».

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