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No all’uso di impianti sequestrati all’impresa senza autorizzazioni

No alla possibilità di usare gli impianti di un’industria sequestrata perchè priva di qualsiasi abilitazione a operare, in quanto ciò vanifica la tutela garantita dalla misura cautelare. E l’attività non può essere ripresa neppure in vista di un’imminente regolarizzazione. La Corte di cassazione con la sentenza 30482 depositata ieri, respinge il ricorso del legale rappresentante di un’impresa di calcestruzzi messa “sotto chiave” perché operava senza alcuna abilitazione.
Il ricorrente negava che il suo comportamento potesse ricadere nel raggio d’azione dell’articolo 256 del Dlgs 152/06 che sanziona la gestione dei rifiuti non autorizzata.
Secondo l’amministratore non poteva rientrare nella nozione di gestione dei rifiuti la sola operazione di lavaggio delle betoniere svolta nel tempo tecnico necessario alla successiva fase di recupero attraverso un impianto di riciclaggio.
I giudici di merito avevano però chiarito che senza autorizzazione non era possibile ipotizzare neppure un deposito temporaneo dei rifiuti. Il vero problema, perso di vista dal ricorrente, era l’assenza dei presupposti di legge per svolgere qualunque attività non soggetta alla disciplina generale sui rifiuti.
L’assenza di condizioni era già stata rilevata dalla polizia giudiziaria e posta alla base di un’ordinanza dirigenziale con la quale si vietava l’uso dello stabilimento privo di agibilità. Il mancato rispetto dell’atto(articolo 650 del Codice penale) era costato al rappresentante dell’Srl un’ulteriore contestazione.
Inutile il tentativo di trovare un supporto della Cassazione contro il no opposto alla richiesta di facoltà d’uso dell’impianto senza considerare l’impegno assunto dal ricorrente di evitare rischi ricorrendo alle migliori tecnologie disponibili. La Suprema corte precisa che la richiesta di facoltà d’uso dell’impianto «è ontologicamente incompatibile con le finalità del sequestro ». Il sequestro dell’industria che opera senza titolo consente, infatti, di interrompere la condotta vietata impedendo ulteriori conseguenze per la salute e l’integrità dell’ambiente. Secondo i giudici della terza sezione penale non c’è ragione per non estendere all’azienda lo stesso principio valido per le violazioni edilizie: la possibilità di utilizzare il manufatto sottoposto a sequestro preventivo senza lacuna particolare prescrizione contrasta con lo scopo della misura cautelare. La Cassazione esclude che in tal modo si possa porre il problema del rispetto o meno del principio di proporzionalità e adeguatezza (articolo 275 Cpp). L’obiettivo non è, infatti, di raggiungere lo stesso risultato attraverso una cautela alternativa meno invasiva, ma di non rendere vana la misura applicata.

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