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No all’accertamento lungo sull’Iva

L’accertamento Iva notificato oltre il termine ordinario quinquennale previsto dal Testo unico dell’Iva, sfruttando il differimento previsto dalla legge 289/02 sul condono, va integralmente annullato in quanto questa legge – contraria all’ordinamento comunitario – deve essere disapplicata interamente. Lo ha stabilito la Commissione tributaria provinciale di Lecce con sentenza 426/1/12, stabilendo per prima un principio che – se confermato nei giudizi superiori – rischia di compromettere seriamente la validità di numerosi accertamenti fiscali in corso.
Nel caso specifico, nel 2009 a un contribuente viene notificato un avviso di accertamento relativo al periodo d’imposta 2002, in forza del quale viene rettificato il reddito di lavoro autonomo dichiarato, con aggravio di imposte, anche sul valore aggiunto.
Come noto, i termini di accertamento ordinario ai fini Iva per il 2002 sarebbero scaduti il 31 dicembre 2007, in base a quanto previsto dall’articolo 57, comma 1 del Dpr 633/72. Tuttavia, avvalendosi del differimento biennale previsto dall’articolo 10 della legge 289/02 sugli accertamenti relativi alle annualità non coperte da condono, l’ufficio aveva notificato l’avviso entro il più ampio termine del 31 dicembre 2009.
Raggiunto dall’atto di accertamento, il contribuente ne impugna il contenuto contestando, limitatamente ai rilievi Iva, la decadenza dell’ufficio dal potere di accertamento.
A questo riguardo, va ricordato che la sentenza della Corte di giustizia Ue 17 luglio 2008, in causa C-132/06, ha stabilito che la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi previsti dagli articoli 2 e 22 della VI direttiva comunitaria Iva, per avere previsto, con le disposizioni di cui alla legge 289/02, una rinuncia generale e indiscriminata all’accertamento delle operazioni imponibili effettuate nel corso di una serie di periodi di imposta, così pregiudicando seriamente il corretto funzionamento del sistema comune dell’imposta sul valore aggiunto.
Questa condanna, stando a quanto stabilito dalla sentenza 19681/2011 della Cassazione, impone al giudice nazionale di disapplicare la normativa che consente la definizione agevolata, e ciò a prescindere da specifiche deduzioni di parte. Il principio di effettività contenuto nell’articolo 10 del Trattato Ce comporta, infatti, l’obbligo del giudice nazionale di applicare d’ufficio il diritto comunitario, senza che possano ostarvi preclusioni procedimentali o processuali.
La difesa del contribuente nel contenzioso, quindi, ha seguito un’ipotesi suggestiva – avallata dalla Commissione di prima istanza – proposta da una parte della dottrina: l’obbligo di disapplicare la normativa in questione vale non solo per la definizione agevolata, ma anche per il differimento dei termini di accertamento contenuto nella medesima.
Pertanto – ha concluso il giudice adito – deve ritenersi nullo l’accertamento dell’ufficio in quanto notificato oltre i termini ordinari previsti.

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