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No alla doppia Iva all’import

Ai fini dell’esenzione dal pagamento dell’Imposta sul valore aggiunto all’importazione dei beni destinati a un deposito Iva, la normativa nazionale può richiedere che le merci siano fisicamente introdotte nel deposito. Qualora questo requisito non sia rispettato, però, non si può esigere il pagamento dell’imposta che sia già stata assolta con il meccanismo dell’inversione contabile. Inoltre, trattandosi della violazione di un requisito formale, l’applicazione della sanzione fissa del 30%, prevista dall’art. 13 del dlgs n. 471/97, e il recupero degli interessi per il ritardato pagamento dell’Iva potrebbero risultare sproporzionati rispetto all’infrazione.

Questi i principi statuiti dalla Corte di giustizia Ue nella sentenza 17 luglio 2014, che definisce il procedimento C-272/13, promosso dalla Ctr della Toscana nell’ambito di una controversia scaturita da un accertamento con il quale l’Agenzia delle dogane aveva contestato ad una società l’utilizzo virtuale dell’istituto del deposito Iva pretendendo, pertanto, il pagamento dell’imposta non versata all’atto dell’importazione, anche se già assolta con il meccanismo dell’inversione contabile, con i relativi interessi e con la sanzione del 30%.

Obbligo di introduzione fisica delle merci. La prima domanda posta dai giudici tributari toscani mirava a risolvere l’annosa questione se, ai fini della sospensione del pagamento dell’Iva dovuta per l’importazione di beni destinati ad essere introdotti in un deposito Iva, ai sensi dell’art. 50-bis del dl n. 331/93, la corrispondente disposizione comunitaria dell’art. 16 della sesta direttiva (ora art. 157 della direttiva 112 del 2006), consente agli stati membri di subordinare l’agevolazione alla condizione che le merci siano introdotte fisicamente nel deposito.

La sentenza chiarisce anzitutto che la disciplina dell’agevolazione in esame, derogando al principio dell’esigibilità dell’Iva al momento dell’importazione, è soggetta ad interpretazione restrittiva. La norma, inoltre, consente agli stati membri di adottare provvedimenti particolari per la concessione dell’agevolazione, determinando le formalità che il soggetto passivo deve adempiere a tal fine, nel rispetto, però, del principio di proporzionalità.

Ciò premesso, la Corte osserva che il legislatore italiano ha previsto che, per beneficiare dell’agevolazione, il soggetto passivo ha l’obbligo di introdurre fisicamente la merce importata nel deposito fiscale, nel presupposto che ciò garantisca la successiva riscossione dell’imposta (in proposito, si deve però ricordare che tale obbligo, che invero non risultava in maniera chiara nella normativa previgente, dovrebbe ritenersi venuto meno in seguito alle modifiche apportate all’art. 50-bis dal dl n. 179/2012). Per la corte, questo obbligo, «nonostante il suo carattere formale», mira a garantire l’esatta riscossione dell’Iva e ad evitare l’evasione, per cui rispetta il principio di proporzionalità e non contrasta con la normativa comunitaria.

Le conseguenze della violazione. Le altre domande intendevano accertare se nel caso in cui il soggetto passivo abbia violato l’obbligo di introduzione fisica della merce nel deposito, fruendo così irregolarmente dell’agevolazione dell’art. 50-bis, l’amministrazione possa pretendere il pagamento dell’Iva non pagata al momento dell’importazione, ancorché il contribuente abbia comunque assolto l’imposta con il meccanismo dell’inversione contabile in base alla disposizione indebitamente applicata.

La corte premette che, in mancanza di una disciplina armonizzata, spetta agli stati membri sanzionare le violazioni nel modo ritenuto più appropriato. È quindi legittimo che il mancato rispetto dell’obbligo di introduzione fisica delle merci nel deposito sia sanzionato, nel rispetto però del principio di proporzionalità, che impone di tener conto della natura e della gravità dell’infrazione e delle modalità di determinazione dell’importo della sanzione.

In merito, la Corte ribadisce che l’obbligo in esame costituisce un requisito formale che non ha comportato evasione dell’Iva, poiché l’imposta non pagata all’importazione è stata poi assolta con il meccanismo dell’inversione contabile. Tale regolarizzazione comporta certamente un ritardato pagamento dell’Iva, che però non può essere equiparato a un tentativo di evasione o di frode. In queste condizioni, pretendere nuovamente il pagamento dell’Iva, senza accordare nel contempo il diritto alla detrazione della stessa imposta, non sarebbe conforme alla direttiva. La conclusione della corte sconfessa quindi totalmente la tesi sostenuta dalla cassazione nella sentenza n. 12262/2010.

Quanto alla sanzione del 30% dell’imposta, la sua determinazione in misura fissa, senza possibilità di graduazione in relazione alle circostanze specifiche, potrebbe rivelarsi sproporzionata, così come potrebbero esserlo gli interessi moratori se il loro ammontare globale fosse eccessivo; queste circostanze, però, devono essere verificate dal giudice nazionale.

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