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No al trust liquidatorio per la società insolvente

È nullo l’atto con il quale una società in stato di insolvenza istituisce un trust con finalità di liquidazione del suo patrimonio e di distribuzione ai creditori del ricavato di questa liquidazione; lo ha deciso il Tribunale di Milano con la sentenza n. 818 del 17 gennaio 2015.
Nel caso, era stato nominato trustee uno dei due soci della società che aveva istituito il trust (l’altro era liquidatore della società stessa e, in tale sua veste, aveva appunto istituito il trust); a questo trustee la società disponente aveva attribuito la proprietà di alcuni suoi beni immobili, affinchè con la loro liquidazione il trustee pagasse i creditori della società disponente; era stato infine accertato che il trustee in questione non aveva peraltro mai compiuto alcun atto di liquidazione del patrimonio vincolato in trust e quindi nessuna attività nell’interesse dei creditori.
Il Tribunale ha motivato la sua decisione ricalcando quanto già sancito dalla Cassazione nella sentenza n. 11105 del 9 maggio 2014, e cioè con l’affermazione secondo cui il trust istituito da una società insolvente è un mezzo illecito di sottrazione del patrimonio della società in questione alle norme imperative proprie delle procedure concorsuali e, quindi, alla massa dei creditori, poiché impedisce lo spossessamento del debitore insolvente.
Infatti, la procedura concorsuale persegue interessi pubblici (come la par condicio creditorum) i quali non sono in alcun modo surrogabili con soluzioni “privatistiche”, e ciò anche se si tratti di iniziative che siano finalizzate alla liquidazione dei beni sottoposti a trust nell’interesse dei creditori, in quanto comunque costoro non ne hanno alcun controllo, in quanto sottoposti all’insindacabile amministrazione del trustee.
E’ evidente che nella decisione del Tribunale non può non aver ininfluito anche la considerazione che la società avesse istituito questo trust nominando come trustee uno dei suoi due soci (e quindi non un soggetto estraneo e indipendente dal disponente): un dato dal quale il Tribunale avrebbe peraltro facilmente potuto derivare non tanto un profilo di nullità del trust (che comunque, è ineccepibile, derivando dalla perpetrata violazione – con l’istituzione del trust – delle norme imperative proprie delle procedure concorsuali) quanto, più semplicemente, una situazione di intestazione fittizia dei beni aziendali.
Sarebbe stata una soluzione probabilmente più agevole, che avrebbe permesso al Tribunale anche di non disquisire sullo scivoloso tema della pretesa rilevanza, nell’atto istitutivo del trust liquidatorio, di una clausola risolutiva che ponga fine al trust in caso di insolvenza del soggetto disponente (la clausola nel caso concreto mancava e si è accertato che il soggetto disponente era già insolvente al momento dell’istituzione del trust). In effetti, dire che il trust è valido se è dotato di una clausola del genere appare un controsenso perché, se il trust è nullo in quanto contrario a norme imperative, la clausola in questione evidentemente non serve a niente. Se invece il trust fosse valido, perché non ritenuto contrario a norme imperative, la sua validità da ciò deriverebbe, e non certo dalla presenza di quella condizione risolutiva, la quale, allora, sarebbe da intendere come previsione di cessazione della vigenza del trust nel caso in cui si verificasse l’evento dedotto in condizione.

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