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No al bilancio o recesso dei soci liquidazione societaria in vista Le circostanze, frequenti, che, in occasione dei bilanci, portano allo scioglimento

Bilancio non approvato, perdita del capitale sociale, decisione del socio di recedere con impossibilità da parte della società a soddisfarne le richieste patrimoniali: sono circostanze che, soprattutto in occasione dell’assemblea delegata ad approvare il bilancio, possono portare alla liquidazione della società.

Quest’anno, tuttavia, le società che facciano richiesta di un accordo di ristrutturazione del debito o di un concordato preventivo possono sospendere la causa di liquidazione in pendenza di accettazione della richiesta. Una regola analoga vale per le start-up, cioè le società innovative.

Quando il dissidio fra soci porta alla liquidazione. Spesso gli insanabili dissidi fra soci di società di capitali si concretizzano in occasione dell’assemblea delegata ad approvare il bilancio. In questi casi, il socio (o il gruppo di soci) di maggioranza relativa, in dissidio con quello di minoranza, o uno dei soci paritetici, votano negativamente in merito all’approvazione del bilancio, vedendo in tale atto una sorta di «resa dei conti» per pareggiare presunti comportamenti scorretti degli altri soci. La mancata approvazione del bilancio può determinare lo scioglimento forzoso della società qualora ciò avvenga reiteratamente in un contesto di generale blocco dell’attività assembleare e decisionale. In questo caso lo stallo deve risultare persistente nel tempo e non episodico e superabile.

Prescindendo, in questa sede, da eventuali «abusi di maggioranza» che con tale delibera (peraltro negativa) potrebbero determinarsi, con possibile annullabilità (non pacifica in giurisprudenza) della decisione in commento, poniamo ora l’attenzione sulla operatività dell’assemblea in dette situazioni.

L’art. 2484 c.c., comma 1, punto 3, evidenzia due specifiche cause di liquidazione:

1) la prima è la continuata inattività dell’assemblea. Tale situazione indica una patologia preliminare rispetto all’impossibilità di funzionamento, nel senso che l’assemblea non viene nemmeno convocata o, comunque, non si riunisce. Può, ad esempio, capitare che l’amministratore non proceda alle convocazioni oppure che i soci, pur convocati, non si presentino alle riunioni assembleari;

2) la seconda è l’impossibilità di funzionamento. È questa la situazione che si verifica quando lo stallo non appare superabile, per esempio per il «bilanciamento di voti», stallo destinato a proseguire, in modo tale da rendere l’impossibilità di funzionamento «continuata».

Entrambe le situazioni si connotano per la loro persistenza nel tempo.

 

La giurisprudenza sul tema. Da quanto sopra emerge che una mera difficoltà e non una vera e propria impossibilità di funzionamento, cioè il fatto che, occasionalmente (e non in modo continuativo), l’assemblea sia inattiva, non risulti sufficiente a determinare lo scioglimento della società. Il principio è stato affermato dalla Corte di cassazione, la quale ha stabilito che l’impossibilità di funzionamento dell’assemblea decorre solo quando l’organo assembleare appaia stabilmente e irreversibilmente incapace di assolvere le sue funzioni essenziali (Cass. 24 ottobre 1996, n. 9267).

Sul tema, molteplici risultano in questi ultimi anni le posizioni dei tribunali di merito.

Recentemente, ad esempio, il tribunale di Brescia (24/6/2011) ha ravvisato nella mancata approvazione di più bilanci una continua inattività dell’assemblea, nello stesso senso il trib. di Roma 25/9/2007, mentre il tribunale di Prato (12/1/2010) ha affermato che anche se sia risultato impossibile approvare un solo bilancio sussiste la causa di scioglimento della società per impossibilità di funzionamento dell’assemblea d’esercizio, quando siano in concreto ravvisabili sintomi sufficienti per affermare che l’organo assembleare è stabilmente e irreversibilmente incapace di assolvere le sue funzioni (continue mancate convocazioni assembleari, mancata predisposizione di un progetto di bilancio, giudizi arbitrali pendenti fra soci paritetici).

L’assemblea a cui si riferisce la norma, peraltro, risulta quella ordinaria e non quella straordinaria (Trib. Milano 25/5/2001).

Da notare, ad avviso di chi scrive, che il mancato funzionamento e la continua inattività che possono portare alla liquidazione della società, riguardano l’assemblea e non il cda. Ciò, in quanto, qualora fosse l’organo volitivo a non funzionare, l’assemblea mediante riunione totalitaria o su convocazione della minoranza, potrà sempre revocare i componenti dell’organo amministrativo provvedendo alla loro sostituzione, o al limite, denunciare le loro irregolarità al tribunale chiedendo il controllo giudiziale ex art. 2409 c.c.

Il recesso del socio. Una ulteriore causa di liquidazione, valida sia per le srl (art. 2473), che per le spa (art. 2437-quater), è quella che può scaturire dal recesso del socio.

In caso di recesso, infatti, qualora gli amministratori non riescano a collocare le azioni o quote sociali del recedente presso gli altri soci o i terzi o a riacquistarle direttamente attraverso la società (possibilità valida solo nelle spa), dovranno liquidare il receduto utilizzando utili, riserve o, da ultimo, riducendo il capitale sociale.

Qualora la società non sia dotata degli utili o riserve sufficiente allo scopo o quando alla riduzione del capitale i creditori facessero opposizione ed il tribunale la accogliesse, si verifica la causa di scioglimento della società prevista dall’art. 2484, comma 1, punto 5.

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