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No a sanzioni se c’è la rettifica

Senza benefici chiari e concreti la cooperazione rafforzata con il fisco rischia di fare flop. Sono necessari incentivi previsti a livello legislativo, come già avvenuto sul transfer pricing. La disapplicazione delle sanzioni in caso di future rettifiche potrebbe essere la chiave di volta.

In mancanza di garanzie, pur apprezzando le intenzioni collaborative dell’amministrazione finanziaria, le multinazionali potrebbero mostrarsi restie ad aprire le proprie porte agli 007 del fisco. Sono questi i primi commenti raccolti da ItaliaOggi Sette tra i professionisti dopo che l’Agenzia delle entrate ha lanciato la sperimentazione del «cooperative compliance program» (si veda ItaliaOggi del 26 giugno 2013).

«Cooperazione, trasparenza e fiducia reciproca sono tre presupposti basilari per una corretta compliance fiscale», commenta Stefano Petrecca, partner di Di Tanno e Associati, «lo sforzo messo in campo dall’Agenzia negli ultimi tempi per perseguire questi risultati è senz’altro apprezzabile. Il nuovo progetto rientra in questo impegno, ma ritengo che fin quando non saranno chiarite, soprattutto a livello normativo, le modalità operative e i vantaggi effettivi per le aziende è difficile esprimersi sulla loro «sensibilità» a una collaborazione di questo genere».

La possibilità per le grandi realtà di minimizzare ex ante il rischio fiscale sulle operazioni più delicate, in ogni caso, è senz’altro ghiotta. «Viviamo un periodo in cui la distinzione tra evasione, elusione/abuso del diritto e lecita pianificazione fiscale è sempre più incerta.

Quindi iniziative come queste sono da salutare con favore, ma vanno chiariti i confini e fornite garanzie. Ad esempio va precisato che il programma riguarda tutte le aziende del gruppo, a prescindere dalle dimensioni», aggiunge Antonio Tomassini, partner di Dla Piper, «queste enhanced relationships sono già operative in alcuni paesi europei, come Germania e Olanda, e anche l’Italia sta cercando di restare al passo con le linee guida Ocse». Insomma, intenzioni sicuramente positive, ma giudizio definitivo rimandato a quando se ne saprà qualcosa in più. «Le imprese operano in un contesto economico competitivo e globalizzato, in cui la variabile fiscale ha assunto un’importanza chiave», osserva Stefano Simontacchi, managing partner di Bonelli Erede Pappalardo, «l’istituto può quindi rappresentare il punto di equilibrio tra la volontà dell’amministrazione finanziaria di contrastare comportamenti fiscali particolarmente aggressivi e la necessità di rafforzare il principio della certezza del diritto. Questo consentirebbe anche di attrarre investitori esteri». Allo stesso tempo le Entrate potrebbero ridurre le risorse (e quindi i costi) dedicate ai controlli sui grandi contribuenti, che sono anche quelli più complessi. «L’idea può essere buona perché permetterebbe all’Agenzia di entrare nel profondo nei meccanismi del gruppi, soprattutto internazionali», rileva Patrizio Tumietto, managing partner di Clg Italia e presidente nazionale Uncat (unione avvocati tributaristi), «allo stesso tempo il progetto richiederà la capacità dell’amministrazione di non voler gestire le imprese per fare emergere un maggior imponibile.

Visti i precedenti su abuso del diritto, anti-economicità ed elusione, non vorremmo trovarci di fronte a dei funzionari che vedano le scelte aziendali migliori come quelle operate nel modo fiscalmente più oneroso. Non dimentichiamo che l’interesse dell’erario e quello del contribuente, anche il più onesto, sono contrapposti».

Per poter dare slancio alla cooperazione rafforzata servono certezze, quindi. «Un incentivo importante sarebbe la disapplicazione delle sanzioni amministrative e penali», replica Petrecca, «i soggetti destinatari del progetto pilota sono multinazionali che si confrontano quotidianamente con fattispecie complesse quali prezzi di trasferimento, riorganizzazioni, stabili organizzazioni. Tutte tematiche che, in caso di accertamento, comportano rettifiche di milioni di euro, superando quasi automaticamente le soglie di punibilità penale». Altro possibile problema? I tempi di reazione. «Il contribuente non sempre può attendere il tempo che l’Agenzia richiede per esaminare i fatti e trarre le sue considerazioni», puntualizza Tumietto, «in sostanza saremmo di fronte a un ruling permanente, con tutte le difficoltà che potrebbero derivarne in fase applicativa». Ma rispetto a ruling e accordi Apa, incentrati quasi esclusivamente sui prezzi di trasferimento, la tranquillità fiscale assicurata dal tutoraggio «evoluto» dovrebbe essere ben maggiore. «Si potrebbe prevedere che i soggetti aderenti non devono presentare più interpelli, né ricevere verifiche a sorpresa», afferma Tomassini, «d’altra parte se il rapporto di collaborazione reciproca diviene costante gli uffici sarebbero sempre informati di ciò che avviene in azienda. Un approccio del genere può sembrare prematuro per il nostro Paese, che deve compiere dei grandi passi avanti nella distensione dei rapporti tra fisco e contribuente, ma gli ultimi dati su ruling e Apa bilaterali dimostrano che c’è interesse per queste forme di compliance avanzata».

«Il successo dell’istituto si basa su due presupposti», conclude Simontacchi, «da una parte richiede l’implementazione di una specifica funzione aziendale volta al monitoraggio del rischio fiscale, dall’altra è necessario prevedere misure premiali per il contribuente che è disponibile a offrire un adeguato livello di disclosure».

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