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Niente recesso dalla Spa per il cambio dei quorum

Da quando la normativa in tema di recesso da una Spa ha attribuito il diritto di fuoriuscire dalla società al socio che non sia stato consenziente rispetto alle deliberazioni aventi a oggetto le «modificazioni dello statuto concernenti i diritti di voto o di partecipazione» (articolo 2437, comma 1, lettera g), del Codice civile), è stata riversata sugli operatori una delle più spinose questioni interpretative dell’intera riforma del diritto societario.
Non solo perché il recesso è un evento di formidabile impatto per la vita di una società, in quanto si deve liquidare il socio che esce e quindi occorre reperire le risorse occorrenti, in mancanza delle quali la società inevitabilmente va a sciogliersi; ma anche perché in effetti esiste un vasto panorama di deliberazioni che possono essere indubbiamente intese come incidenti, in modo diretto o indiretto, sui «diritti di voto o di partecipazione dei soci» e dalla cui adozione potrebbe dunque aversi una altrettanto vasta serie di occasioni per l’esercizio del recesso da parte del socio assente o dissenziente.
Si pensi, ad esempio, a una deliberazione di aumento del capitale sociale con esclusione del diritto di opzione: il socio che sia diluito evidentemente ha una contrazione dell’entità della sua partecipazione alla società e del peso del suo voto. Si pensi anche a una delibera di trasferimento di una sede legale da Palermo a Bolzano, con conseguente spostamento del luogo di svolgimento delle assemblee dei soci: è ovvio che in tale caso viene meno la facilità che un socio residente a Palermo aveva nel frequentare le assemblee sociali. Per non parlare delle operazioni di fusione e di scissione: è inevitabile che, per effetto degli occorrenti concambi, consegua per i soci interessati una vera e propria “rivoluzione” nel loro assetto di interessi.
Si può allora ritenere che deliberazioni come queste siano «modificazioni dello statuto concernenti i diritti di voto o di partecipazione»? Che significato dunque dare a questa espressione normativa?
La Corte d’appello di Brescia, in una sentenza del 2 luglio 2014, di recente diffusione (che rappresenta probabilmente il primo intervento della giurisprudenza su questa materia), ha stabilito che, nello specifico caso della deliberazione di assemblea straordinaria che abbia a oggetto la modifica dei quorum assembleari, non si origina il diritto di recesso, in quanto la delibera, essendo attinente alla formazione della maggioranza nelle assemblee, incide solo indirettamente sul diritto di voto e partecipazione; il diritto di voto cui l’articolo 2437, comma 1, lettera g), del Codice civile fa riferimento, sarebbe quello «statutariamente attribuito a ciascuna azione, mentre il diritto di partecipazione inerisce all’aspetto patrimoniale relativo agli utili che ciascuna azione attribuisce».
La sentenza pare cogliere nel segno. Dare all’espressione normativa in questione un significato estensivo, significherebbe derivarne che il diritto di recesso originerebbe praticamente da ogni modifica statutaria; ciò che genererebbe non solo un contrasto con i principi generali dai quali la riforma del diritto societario è stata caratterizzata (e cioè il perseguimento del fine di favorire la crescita, l’efficienza e la competitività delle imprese, quando invece il recesso è spessissimo un evento depressivo) ma anche un contrasto con le specifiche ragioni che hanno indotto il legislatore a confezionare un tassativo elenco di casi in cui è dato il diritto di recesso al socio non consenziente, e cioè la concessione al socio di una via d’uscita dalla società in presenza di deliberazioni che alterino quell’assetto societario in considerazione del quale il socio recedente aveva deciso l’investimento del proprio risparmio nel capitale di rischio.
Ne consegue che ragioni di coerenza sistematica inducono a ritenere che all’espressione dell’articolo 2437, comma 1, lettera g), del Codice civile, occorra dunque conferire un’interpretazione restrittiva. In modo che si possano ritenere quali fattispecie dalle quali può derivare il diritto di recesso solo quelle deliberazioni dalle quali discenda direttamente una modifica dei diritti di voto o di partecipazione. Si pensi ad esempio alle delibere con le quali si introducano limiti al voto (come il voto a scalare oppure un tetto oltre il quale l’azionista perde il diritto di voto), si muti il perimetro delle deliberazioni per le quali possa votare il socio titolare di azioni di una certa categoria oppure si comprima il diritto degli azionisti alla partecipazione agli utili della società.

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