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Niente Iva sui concordati preventivi

Concordati, accordi di ristrutturazione e piani attestati non devono versare l’Iva derivante dalle note di accredito ricevute ai sensi dell’articolo 26 del Dpr 633/1972. Lo ha affermato l’agenzia delle Entrate a Telefisco 2018 in risposta a uno dei quesiti sulla fiscalità della crisi di impresa. Secondo le Entrate, nelle ipotesi sopra considerate gli organi della procedura devono annotare la corrispondente variazione in aumento ma non anche versare l’imposta a debito. Viene però precisato, con una indicazione che richiederà un ulteriore approfondimento, che scopo dell’adempimento è solo quello di evidenziare il credito eventualmente esigibile nei confronti del fallito tornato in bonis.
L’articolo 26, secondo comma, del Dpr 633/1972 stabilisce, tra l’altro, che in caso di mancato pagamento delle fatture, in tutto o in parte, a causa di procedure concorsuali o di procedure esecutive individuali rimaste infruttuose o a seguito di un accordo di ristrutturazione dei debiti omologato ai sensi dell’articolo 182-bis della legge fallimentare, ovvero di un piano attestato ai sensi dell’articolo 67, lettera d), della stessa legge, il cedente o prestatore può recupere l’Iva mediante emissione di nota di accredito.
La norma, che è stata ripetutamente modificata negli ultimi anni con riguardo al momento da cui il cedente può procedere ad emettere la nota di variazione, lascia aperti interrogativi sulla sorte di queste note di variazione Iva sull’impresa debitrice.
Con la risoluzione 161/E del 2001, richiamata nel quesito indirizzato alle Entrate, emessa quando ancora non erano previsti accordi di ristrutturazione o piani attestati, l’Amministrazione finanziaria aveva chiarito che l’impresa in concordato preventivo, pur dovendo registrare le note ricevute, non doveva rendersi debitrice dell’Iva a motivo dalla natura della procedura. Diversamente, concludeva la risoluzione, si sarebbe generata una deroga all’efficacia liberatoria del concordato, da ritenersi ingiustificata in relazione alle norme che dispongono l’estinzione di ogni debito sorto anteriormente all’inizio della procedura.
Durante Telefisco di ieri è stato chiesto all’Agenzia se le conclusioni della risoluzione 161 siano ancora valide dopo le modifiche normative intervenute e se esse possano estendersi agli accordi di ristrutturazione omologati e ai piani attestati che, come noto, non rientrano nel novero delle procedure concorsuali.
La risposta delle Entrate è, in prima battuta, favorevole: nei tre casi evidenziati, il debitore deve registrare la nota di variazione, ma non versare l’imposta. Si aggiunge però un richiamo a una diversa risoluzione (la 155/E/2001) per precisare che l’imposta sarà eventualmente escutibile nei confronti dell’impresa (fallita) tornata in bonis. E qui si aprono diversi scenari, soprattutto con riguardo agli accordi e ai piani attestati (ma anche dei concordati in continuità) nei quali l’impresa prosegue l’attività. Si vuole forse dire che, una volta esauriti gli impegni assunti nei confronti dei creditori e previsti dai suddetti accordi, si dovrà procedere al versamento dell’Iva? Se è questa la tesi delle Entrate, è necessario che il punto sia confermato nella futura circolare che riprenderà i quesiti, precisando anche, in questo caso, entro quali termini e a quali condizioni questo debito da note di variazione, originariamente “congelato”, dovrà essere liquidato.

Luca Gaiani

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