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Niente Irap per il collaboratore

di Giampaolo Pignerelli

Il collaboratore di uno studio associato non versa l'Irap. Questo perché il semplice utilizzo della struttura non comporta per il contribuente un miglioramento e di conseguenza un accrescimento della produttività. Lo precisa la Cassazione con l'ordinanza n. 15805/11.

La Suprema corte si è pronunciata su una questione che vedeva protagonista un soggetto che per gli anni compresi tra il 1998 e il 2003 aveva portato avanti un rapporto di collaborazione presso uno studio associato. E questo era dimostrabile dal momento che le fatture relative a quegli anni d'imposta corrispondevano nella misura del 90% a rapporti intrattenuti con l'associazione professionale.

I giudici primo grado avevano negato la restituzione al professionista, mentre quelli della regionale del Lazio (sentenza n. 111/2009) avevano ritenuto legittimo il rimborso dell'imposta versata e non dovuta, considerando che per l'appunto il professionista svolgesse solo attività di collaborazione e che quindi non potesse essere soggetto a Irap. Non era ravvisabile un'autonoma organizzazione visto che era lo stesso collaboratore ad appoggiarsi a una struttura complessa per poter compiere il proprio lavoro. Mancava pertanto quello che comunemente viene definito quel «qualcosa in più rispetto a una situazione normale» sia sul profilo dei beni impiegati, sia per l'apporto personale che potesse giustificare il versamento. Una spiegazione in conformità con la recentissima sentenza n. 16046/11, che in materia di Irap impone al giudice di merito di non limitarsi ad accordare la restituzione dell'imposta sulla pretesa avanzata dal contribuente, senza fornire prima giustificazioni tali da stabilire con sicurezza la presenza o meno di organizzazione.

L'amministrazione finanziaria, tuttavia, ha presentato ricorso in cassazione ritenendo che la struttura messa a disposizione del privato – prima che questo diventasse un associato – avesse notevolmente accresciuto la sua produttività. Ma il collegio di legittimità ha ritenuto che il contribuente, prima di diventare associato, avesse intrattenuto con la società esclusivamente rapporti di collaborazione a fronte di una produzione di fatture che per il 90% attenevano per l'appunto ai corrispettivi annui. Si trattava più semplicemente di attività organizzata con uso di mezzi altrui. I beni utilizzati erano direttamente ricollegabili allo studio e non erano serviti certo per effettuare lavori in proprio. La Corte, poi, per avvalorare la propria tesi ha evidenziato come già i giudici di merito avessero effettuato una comparazione tra quanto percepito dal soggetto nella veste di semplice collaboratore e come associato. Era palese come ci fosse una disparità di redditi tale da dimostrare che il rapporto svolto in passato dovesse necessariamente qualificarsi come collaborazione.

La conclusione della Cassazione si pone in sintonia con i precedenti orientamenti in tema di autonoma organizzazione. A tal proposito si ricorda la sentenza n. 3672/07 in base alla quale sussiste «attività autonomamente organizzata» soggetta a Irap quando è abituale e autonoma, tale da dare luogo a un'organizzazione dotata di un minimo di autonomia che potenzi e accresca la capacità produttiva del contribuente stesso.

L'imposta, pertanto, non risulta applicabile laddove in concreto i mezzi personali e materiali di cui si avvalga il contribuente (nel caso un dottore commercialista) costituiscano un mero ausilio della sua attività personale, simile a quello di cui abitualmente dispongono anche soggetti esclusi dall'applicazione dell'Irap (collaboratori continuativi e lavoratori dipendenti). Pertanto, se il principio si applica nel caso del professionista che si appoggia su terzi, a maggior ragione deve valere per il collaboratore stesso che, completamente privo di organizzazione, chieda aiuto a strutture associate e ben organizzate per poter operare.

 

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