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Niente «fallimento politico» per Alessandria

Anche danni erariali milionari possono invocare le tutele per la «modica quantità, ed evitare ai loro autori il «fallimento politico», cioè lo stop decennale alla possibilità di ricoprire incarichi di assessore o revisore dei conti e di essere nominati rappresentanti in società partecipate. Questa sanzione scatta infatti solo quando il dissesto è «diretta conseguenza» dell’azione degli amministratori locali, almeno per i fatti avvenuti prima dell’autunno del 2012. Solo dopo, infatti, il decreto Monti (Dl 174/2012) ha modificato la norma scritta all’articolo 248, comma 5 del Tuel, prevedendo la sanzione anche per i politici locali che abbiano solo «contribuito», sempre con dolo o colpa grave, al dissesto del loro ente.
Sulla base di queste ragioni la Corte dei conti, sezione giurisdizionale del Piemonte, ha negato la possibilità di applicare il fallimento politico agli ex amministratori del Comune di Alessandria. La pronuncia dei magistrati contabili non incide in alcun modo su tutte le premesse che hanno portato la Procura a chiedere il «fallimento politico» dell’allora giunta di centrodestra. Il dissesto dichiarato dal Comune, spiegano i giudici, è «un mero fatto storico», e lo stesso accade per la condanna per danno erariale (7,6 milioni di euro) pronunciata in primo grado dalla stessa sezione piemontese per l’ex sindaco, gli assessori, una parte dei consiglieri comunali e l’ex responsabile dei servizi finanziari.
Il nuovo esame punta solo al terzo presupposto chiesto dal Tuel per applicare il fallimento politico, e cioè il fatto che «le azioni o le omissioni» per le quali gli amministratori locali sono stati condannati abbiano prodotto il dissesto come «diretta conseguenza».
Per negare questo legame diretto, la Corte si avventura in un parametro matematico: visto che le uscite 2011 del Comune sono state di 119,7 milioni di euro, il danno certificato prodotto dagli amministratori «rappresenta poco più del 9% delle spese finali». Alle stesse conclusioni si giunge se il confronto viene effettuato tra il danno sanzionato e il disavanzo oppure l’indebitamento dell’ente, anche perché il Comune era caratterizzato da un «gravissimo squilibrio finanziario maturato costantemente nel corso degli anni precedenti». In pratica, la vicenda mostra la sostanziale impossibilità di applicare il «fallimento politico», almeno nella vecchia versione: la nuova, invece, rimane tutta da testare.

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