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Niente extra per l’avvocato vincente

di Debora Alberici 

Scatta la sanzione (la sospensione o la censura) per il palmario intascato dall'avvocato dopo la causa vinta per conto del cliente di risarcimento dei danni. Insomma, con la sentenza n. 21585 del 18 ottobre 2011, le sezioni unite della Corte di cassazione hanno detto basta ai compensi aggiuntivi che rappresentano un'ingiustificata falcidia in favore del difensore.

È stato cioè ribadito con forza il divieto del patto di quota lite, abolito nel 2006 dal decreto Bersani (n. 223) e di nuovo previsto nell'ultima riforma forense approvata al Senato ad ottobre dell'anno scorso e ora ancora al vaglio della Camera.

Le norme di riferimento

Il codice deontologico forense ammette un «premio» da riconoscersi all'avvocato in caso di esito favorevole della controversia. Ma il palmario, spiegano gli ermellini, non può trasformarsi «in un'ingiustificata falcidia» dei vantaggi economici che derivano al cliente dalla vittoria nella causa. Inutile, per il professionista incolpato, lamentare che il consiglio non abbia indicato alcun parametro di riferimento laddove sostiene che «l'extra» pattuito fosse spropositato. Né giova sottolineare che il compenso aggiuntivo fosse stato regolarmente pattuito con il cliente, senza l'esercizio di alcuna forma di pressione.

La causa

Il caso riguarda un legale di Trani. Il professionista aveva pattuito con il cliente, in aggiunta al compenso, un supplemento né contenuto nei limiti né giustificato dall'esito della causa. In un primo momento il difensore era stato sospeso dall'Ordine per due mesi. Poi il Cnf ha ridotto la sanzione, limitandosi a censurarlo. Contro questa decisione lui ha presentato ricorso in Cassazione lamentando un'errata interpretazione dell'articolo 45 del codice deontologico forense (legge n. 36 del 1934). Ma il Massimo consesso di Piazza Cavour ha confermato la decisione del Cnf secondo cui il comportamento dell'avvocato è stata «non corretto e trasparente». E ciò anche se agli atti del giudizio disciplinare non c'è alcun esposto presentato dall'assistito a carico del difensore: ai fini del diritto di difesa dell'avvocato sottoposto a procedimento disciplinare, infatti, è sufficiente che sia regolarmente formulata l'incolpazione. È corretta, infine, la decisione del Cnf che reputa inammissibile l'eccezione relativa al mutamento del collegio giudicante: innanzitutto perché non è stata dedotta nel procedimento amministrativo e poi perché a tale procedimento non si applica il principio di immutabilità del collegio.

La sanzione

Il professionista che vìola il divieto del patto di quota lite, da quanto emerge in sentenza, rischia una sanzione disciplinare (almeno per i fatti avvenuti prima del 2006), non solo la censura ma anche la sospensione. E infatti ad avviso dei giudici del Palazzaccio il legale deve ringraziare che il Cnf che ha ridotto la sanzione del Consiglio locale, che aveva addirittura deciso la sospensione dall'esercizio della professione per due mesi.

Decreto Bersani e ultima riforma forense

Fra le molto discusse novità del decreto Bersani (dl 223 del 2006) c'è stata senz'altro l'abolizione del patto di quota lite. Tecnicamente il patto di quota lite è stato da sempre definito dal legislatore come un accordo tra avvocato e cliente in base al quale si attribuisce al professionista, come compenso della sua attività, una parte (quota) dei beni o diritti in lite; altrimenti si parametra l'onorario al valore dei beni o diritti in discussione, in ragione di percentuale o di una determinata somma. Questo accordo fra avvocato e cliente è sempre stato vietato. Nelle legislazioni preunitarie era considerato addirittura un reato; questo perché ha sempre spaventato la commistione di interessi che il patto può creare. Si è sempre temuto che i professionisti avrebbero potuto abusarne. Non solo. Da molti la prevalente dottrina lo ha considerato contrario alla probità e alla dignità professionale, dato che il forte interesse del difensore nell'esito della lite potrebbe fargli perdere lucidità.

La riforma Bersani ha quindi fatto cadere un «baluardo» e cioè il divieto assoluto del patto di quota lite coniato nell'articolo 2233 del codice civile. Ed è stata proprio questa norma a cadere dopo l'entrata in vigore del dl 223 del 2006. Oggi la disposizione è diventata così: «sono nulli, se non redatti in forma scritta, i patti conclusi tra gli avvocati e i praticanti abilitati con i loro clienti che stabiliscono i compensi professionali». Fatto salvo l'obbligo di dare all'accordo forma scritta, viene dunque meno il divieto di stabilire i compensi professionali a prescindere dalle griglie tracciate dal dm 127/04 (cosiddetto «tariffario forense»), e in particolare nulla più si dice sul divieto di individuare nei beni e/o diritti in causa la fonte dalla quale attingere per soddisfare le pretese professionali dell'avvocato.

Ora quella sul patto di quota lite è una partita ancora tutta da giocare dal momento che la riforma forense, in attesa di approvazione alla camera, ha reintrodotto il divieto.

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