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Niente concordati sotto il 3%

Una proposta concordataria contenente una percentuale di pagamento inferiore al 3%, va considerata irrisoria e quindi come se non esistesse (tamquam non esset). È la conclusione del Tribunale di Bergamo (decreto del 4 dicembre 2014) su una proposta di concordato presentata da una società di capitali che proponeva ai creditori chirografari una percentuale di soddisfazione del pari circa al 2,77% del credito originario.
La sentenza si inserisce sulla scia della nota sentenza della Cassazione a sezioni unite (la n. 2521/13) in tema di sindacato giudiziario sulla proposta concordataria, e di altra giurisprudenza di merito (si veda anche il servizio qui a lato) che tende a fissare delle percentuali minime di pagamento dei creditori chirografari, nonostante l’attuale articolo 160 della legge fallimentare non la preveda più dal 2005.
La proposta concordataria vagliata a Bergamo trovava la sua genesi in un provvedimento della Corte d’appello di Brescia, che revocava un decreto dichiarativo dell’inammissibilità della proposta di concordato e la collegata e conseguente sentenza dichiarativa del fallimento. Revoca che ha avuto l’effetto di far tornare in fase preconcordataria la proponente. A seguito della riattivazione dell’originaria procedura concordataria, la società aveva precisato che per effetto della vendite di merci nel frattempo intervenute, la prospettiva di soddisfacimento dei creditori chirografari era, rispetto alla precedente proposta, diminuita. La nuova percentuale veniva perciò indicata dalla società al 2,77 per cento.
Il Tribunale prende le mosse dalle sezioni unite 2521/13 che, nel risolvere il contrasto sui limiti del sindacato giudiziario del tribunale sul contenuto della proposta concordataria, ha affermato che essa deve assicurare il soddisfacimento di tutti i creditori in un tempo ragionevolmente breve e in «misura minimale». Nella stessa sentenza la Corte ha precisato che il controllo sulla fattibilità deve tradursi in una prognosi circa la possibilità di realizzazione della proposta nei termini prospettati, distinguendo poi tra la fattibilità giuridica e quella economica: la seconda, in forza di fisiologici margini di opinabilità, va valutata solo dai creditori a cui spetta il giudizio di convenienza.
La Cassazione però attribuisce al giudice il controllo sull’esistenza della causa del concordato preventivo, ossia sull’effettiva capacità di regolazione della crisi, che a sua volta può assumere concretezza soltanto attraverso le indicazioni delle modalità di soddisfacimento dei crediti (in esse comprese quindi le relative percentuali e i tempi di adempimento).
Partendo da quest’ultimo punto il Tribunale di Bergamo fa un passo un più. Da un lato riconosce al debitore il beneficio della liquidazione concorsuale del patrimonio con lo strumento, alternativo al fallimento, del concordato preventivo. Dall’altro lato afferma che la proposta in questione appare del tutto inidonea a garantire la realizzazione della causa, intesa come funzione economica del concordato; in particolare, richiamando quanto già affermato in un precedente provvedimento del Tribunale di Modena (datato 3 settembre 2014), i giudici di Bergamo confermano che una percentuale cosi quantificata non può che giudicarsi minima e prossima allo zero, soprattutto se – come nel caso in esame – si considera che essa risulta non garantita dalla proponente.
Ma anche non considerando il rischio di verosimili scostamenti e dando per presupposta la percentuale del 2,77%, la proposta va comunque considerata giuridicamente inammissibile in quanto al di sotto del 3 per cento. Quest’ultima percentuale è dunque considerata come soglia minima per un apprezzabile ed effettivo soddisfacimento dei creditori. Una percentuale inferiore deve considerarsi irrisoria. Da notare che nel caso sottopostogli, il Tribunale ha rilevato che l’attivo concordatario sarebbe stato peraltro insufficiente a garantire il soddisfacimento del ceto creditorio chirografario, oltre che l’integrale pagamento dei creditori privilegiati.
I giudici bergamaschi hanno perciò dichiarato inammissibile la proposta e, accertati i presupposti del fallimento, con separata sentenza hanno dichiarato il fallimento della società proponente. Resta da vedere se questo orientamento sarà confermato da altri giudici di merito, con la conseguente formazione di una vera e propria regola giurisprudenziale in tema di percentuale minima, o se invece prevarrà la libertà per il debitore di proporre qualunque percentuale di soddisfacimento come sembrerebbe più “in linea” con l’articolo 160 della Legge fallimentare.

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