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Niente Cassazione sui contratti

Nei rapporti tra avvocati e clienti non ci si muove sempre in un terreno agevole dove le regole sono sempre chiare, e quindi di tanto in tanto la Cassazione si trova costretta a fare chiarezza anche al fine di definire quello che è il perimetro all’interno del quale il rapporto tra avvocato ed assistito dovrà svolgersi, ovviamente a garanzia di entrambe le parti, sia nell’interesse del professionista che quindi avrà una certezza nella notazione giurisprudenziale e sia nell’interesse del cliente che troverà nelle pronunce della Cassazione una costante garanzia di tutela.

Per il contratto non si va in Cassazione

È il caso del contratto tra le parti di cui sopra: ebbene l’interpretazione del contratto e degli atti di autonomia privata costituisce un’attività riservata al giudice di merito ed è censurabile in sede di legittimità soltanto per violazione dei criteri legali di ermeneutica contrattuale o per vizi di motivazione, qualora la stessa risulti contraria a logica o incongrua, cioè tale da non consentire il controllo del procedimento logico seguito per giungere alla decisione.

È quanto ribadito dai giudici della seconda sezione civile della corte di Cassazione con l’ordinanza n. 15252 dello scorso 20 giugno, chiamati ad esprimersi circa il compenso dovuto ad un avvocato.

Gli Ermellini hanno, altresì, aggiunto che per sottrarsi al sindacato di legittimità, sotto entrambi i cennati profili, quella data dal giudice al contratto non deve essere l’unica interpretazione possibile, o la migliore in astratto, ma una delle possibili, e plausibili, interpretazioni; sicché, quando di una clausola contrattuale sono possibili due o più interpretazioni (plausibili), non è consentito, alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito, dolersi in sede di legittimità del fatto che sia stata privilegiata l’altra.

Inoltre, a parere dei giudici di piazza Cavour, nel caso in cui si tenga conto che nell’interpretazione dei contratti è possibile fare ricorso al criterio della valutazione del comportamento complessivo solo quando il criterio letterale e quello del collegamento logico tra le varie clausole si rivelino inadeguati all’accertamento della comune intenzione delle parti (si veda: Cass. 19.5.2000, n. 6482), sicché solo quando le espressioni letterali del contratto non sono chiare, precise e univoche, è possibile per il giudice ricorrere agli altri elementi interpretativi di cui agli artt. 1362 e ss. cod. civ., aventi perciò carattere sussidiario (si veda: Cass. 16.2.2012, n. 2231; Cass. 3.7.1982, n. 3974; Cass. sez. lav. 18.7.2000, n. 9438, secondo cui l’interpretazione del contratto rientra nella competenza istituzionale del giudice di merito, il quale deve, in tale attività, seguire la gradualità dei criteri stabiliti dall’art. 1362 cod. civ., così che, ove ritenga di aver ricostruito la volontà delle parti sulla base delle espressioni letterali usate, non ha l’obbligo di fare ricorso ai criteri sussidiari, la cui adozione è legittima (e necessaria) solo quando l’interpretazione letterale dia adito a dubbi).

Differenza tra procura e mandato

Inoltre, sempre in tema di attività professionale svolta da avvocati, i giudici della Cassazione, sempre con ordinanza (sez. III civile, 8 giugno 2017, n. 14276) hanno chiarito che mentre la procura ad litem costituisce un negozio unilaterale con il quale il difensore viene investito del potere di rappresentare la parte in giudizio, il mandato sostanziale costituisce un negozio bilaterale (cosiddetto contratto di patrocinio) con il quale il professionista viene incaricato, secondo lo schema negoziale che è proprio del mandato, di svolgere la sua opera professionale in favore della parte.

Pertanto, logica conseguenza sarà che, ai fini della conclusione del contratto di patrocinio, non è indispensabile il rilascio di una procura ad litem, essendo questa necessaria solo per lo svolgimento dell’attività processuale, né rileva, ai fini della conclusione del contratto di patrocinio, il versamento, anticipato o durante lo svolgimento del rapporto professionale, di un fondo spese o di un anticipo sul compenso, sia perché il mandato può essere anche gratuito, sia perché, in caso di mandato oneroso, il compenso e l’eventuale rimborso delle spese sostenute possono essere richiesti dal professionista durante lo svolgimento del rapporto o al termine dello stesso.

Abolizione dei minimi tariffari

E infine, sempre con ordinanza dello scorso 06 giugno (sez. VI civile – 3, n. 14038) i giudici della Cassazione hanno ricordato che l’abolizione dei minimi tariffari può operare nei rapporti tra professionista e cliente, ma l’esistenza della tariffa mantiene la propria efficacia quando il giudice debba procedere alla regolamentazione delle spese di giudizio in applicazione del criterio della soccombenza (Cass. n. 7293/2011) e ciò sino all’intervenuta abrogazione della tariffa medesima, disposta, con riferimento alle professioni regolamentate nel sistema ordinistico, dall’art. 9 del dl 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27 (Cass. n. 11232/2013) e con effetti dall’entrata in vigore del dm 20 luglio 2012, n. 140.

E pertanto, i nuovi parametri, cui devono essere commisurati i compensi dei professionisti in luogo delle abrogate tariffe professionali, devono applicarsi ogni qual volta la liquidazione giudiziale intervenga in un momento successivo alla data di entrata in vigore del predetto decreto e si riferisca al compenso spettante ad un professionista che, a quella data, non abbia ancora completato la propria prestazione professionale, ancorché tale prestazione abbia avuto inizio e si sia in parte svolta quando ancora erano in vigore le tariffe abrogate, evocando l’accezione onnicomprensiva di «compenso» la nozione di un corrispettivo unitario per l’opera complessivamente prestata.

Maria Domanico

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