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Niente Brexit per le start up Londra batte tutti in Europa

Potrebbe essere ancora presto per trarre conclusioni definitive. Ma è un dato di fatto che, a 18 mesi dalla decisione della Gran Bretagna di abbandonare l’Ue, nulla di ciò che molti analisti avevano preventivato è realmente accaduto. Almeno per quanto riguarda gli investimenti in capitale di rischio su aziende e start up ad alto contenuto innovativo.

Nessuna fuga, anzi: scorrendo l’ultimo report di Dealroom.co, sembra essere accaduto proprio il contrario. Secondo la piattaforma che raccoglie in tempo reale le operazioni finanziarie del settore tech, se il 2017 si è chiuso con un incremento del 36% nel valore degli investimenti in aziende innovative europee da parte dei fondi internazionali di venture capital sfiorando i 20 miliardi di euro, il 38%, cioè 7,5 miliardi, è stato allocato proprio in Gran Bretagna: un valore addirittura doppio rispetto ai 3,7 registrati nel 2016.

«Non c’è da stupirsi, Uk rimane il polo privilegiato delle strategie di diversificazione degli investitori statunitensi in fuga dalle alte valutazioni della Silicon Valley e ultimamente è entrata nel mirino anche dei fondi asiatici» spiega da Londra Paolo Galvani, co-founder di Moneyfarm, la piattaforma fintech italiana che da tempo ha scelto la City come suo quartier generale. Poi, certo, il fatto che ancora nulla di concreto sia accaduto dopo il referendum del 23 giugno 2016 conta. Ragiona Alberto Dalmasso, Ceo della piattaforma di pagamenti Satispay che a Londra ha aperto una filiale: «Nei decenni passati il Regno Unito ha saputo creare le condizioni ideali per le aziende finanziarie, però la Brexit ha distrutto gran parte di questi vantaggi. Il danno sarà pesante e ne vedremo le conseguenze entro il 2020». Ecco spiegati i tentativi di attrazione di cui anche l’Italia si è fatta promotrice, a cominciare dall’incontro organizzato lo scorso 2 novembre all’ambasciata italiana di Londra su mandato del ministero dello Sviluppo economico, che ha avuto l’obiettivo di sondare i desiderata di realtà emigrate come Oval Money, Soldo, Freetrade, SelfieWealth. Torneranno, magari nel nuovo Fintech Distric milanese? Presto per dirlo. Intanto c’è chi, come Lorenzo Franchini, fondatore di ScaleIT, la piattaforma che favorisce l’incontro tra investitori internazionali e scale up, comincia a leggere i primi segnali di cedimento nel mercato britannico al netto dei mega round come i 500 milioni puntati da Softbank su Improbable e gli investimenti in Deliveroo e Farfetch. «Tutto a vantaggio — spiega — di Germania, Olanda e, soprattutto, Parigi».

Pochi dubbi che sia la Francia di Macron e dell’incubatore Station F a confermarsi la tech nation da imitare con i suoi 2,5 miliardi di euro investiti lo scorso anno. Come? «Partendo — suggerisce Andrea Di Camillo del fondo P101 — da un coinvolgimento più strutturale degli investitori istituzionali italiani, a cominciare dalle assicurazioni, dai fondi pensione e dalle casse professionali come appunto la moral suasion dell’Eliseo già da tempo assicura al venture capital transalpino». In effetti, il confronto fra Roma e Parigi è imbarazzante, dato che gli investimenti in start up italiane hanno totalizzato nel 2017 solamente 137 milioni di euro a fronte di 178 nel 2016, per un totale di nemmeno mezzo miliardo nel triennio 2015-17, vale a dire quanto una nazione da 5 milioni di abitanti come la Norvegia e un quarto della Spagna (che ha due terzi del nostro Pil).

In attesa che la raccolta cresca e quindi il ciclo degli investimenti riprenda, un aiuto potrebbe giungere però dalla Commissione europea, con i nuovi partenariati interregionali che andranno a finanziare progetti per la riconversione industriale e lo sviluppo imprenditoriale: Lombardia, Toscana ed Emilia Romagna sono state individuate come regioni guida nei settori dell’economia circolare, dell’agricoltura di precisione e del foodtech. Un’occasione ghiotta per ripensare il nostro manifatturiero tradizionale.

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