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Niente Borsa per Pop Vicenza, banche giù

Dopo il fallimento dell’aumento di capitale da 1,5 miliardi della Popolare di Vicenza — sottoscritto appena per il 7,6% — ieri è arrivato anche il «no» di Borsa Italiana alla quotazione (ipo): troppo poche le azioni vendute, troppo scarso il flottante — rispetto al 25% minimo previsto — per garantire la «correttezza degli scambi», ha spiegato l’amministratore delegato di Borsa, Raffaele Jerusalmi.

A prenotare i titoli era stata per il 5% Mediobanca (una delle banche collocatrici accanto a Unicredit, JPMorgan, Deutsche Bank e Bnp Paribas), mentre altri 9 investitori istituzionali avevano in totale preso appena lo 0,1% e il retail circa il 3%. Ora, saltata la quotazione, nessuno riceverà le azioni (e le banche collocatrici non prenderanno i 60 milioni di commissioni previsti) ma la banca è comunque salva grazie al fondo Atlante, costituito apposta per non far finire in risoluzione l’istituto: gli 1,5 miliardi versati dal fondo sono fondamentali per far rientrare la banca nei minimi patrimoniali fissati dalla Bce ed evitare un disastroso bail-in.

Popolare di Vicenza finisce così ad Atlante per il 99,33%, con azioni sottoscritte a 0,10 euro l’una. Il restante 0,7% del capitale è ciò che resta dei vecchi azionisti, 119 mila piccoli soci che solo nel 2014 avevano sottoscritto le azioni a 62,5 euro. Ora toccherà ad Atlante e al gestore Quaestio sgr presieduto da Alessandro Penati e guidato da Paolo Petrignani portarne avanti la ristrutturazione, in vista di una successiva vendita o di una nuova ipo. Penati ha già fatto sapere che stare fuori dalla Borsa potrebbe essere un vantaggio per il lavoro di ristrutturazione che lo attende nei prossimi 18 mesi. Anche per il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, «non è detto che dal male non scaturisca una cosa buona», confermando che l’esclusione, «se non c’era il flottante, era ovvia». Il ceo di PopVi, Francesco Iorio, guarda invece alla sostanza, al fatto che i soldi siano arrivati «per poter riprendere a lavorare in modo ordinato e ordinario. Il mattoncino principale è stato messo, andiamo avanti con grande fiducia e determinazione». Unicredit era garante unico dell’aumento ma le è subentrato Atlante dopo che la banca ha detto di volersi sfilare: «Non abbiamo fatto errori particolari», ha detto l’amministratore delegato, Federico Ghizzoni, preannunciando la sua versione dei fatti.

Piazza Affari ha invece reagito male: ieri è stata l’unica Borsa a chiudere in negativo in Europa (-0,97%), con perdite soprattutto sui bancari: Banco Popolare (-7,30%), Bpm (-6%), Mps (5,5%), Ubi (-4,9%). La lettura di Ghizzoni è che «il mercato aspetta delle informazioni precise per poter valutare l’impatto del decreto tanto atteso» sulle sofferenze annunciato venerdì dal governo. Ma il mercato ha guardato anche alle possibili conseguenze del fallimento dell’operazione Vicenza, in particolare all’eventualità che possa essere accolto negativamente anche l’altro aumento in arrivo, quello di Veneto Banca da 1 miliardo. «Vedremo tra qualche giorno» se Atlante dovrà intervenire anche su Veneto Banca, ha detto il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, che con Banca Imi è capofila del consorzio di garanzia: «Io sono fiducioso». Se Atlante dovesse scendere di nuovo in campo, per l’altra sua missione — l’acquisto dei crediti in sofferenza delle banche — rimarrebbero circa 1,7 miliardi, e questo potrebbe ridurrne la potenza di fuoco: non a caso Ghizzoni ha sottolineato che Atlante «può crescere di dimensioni».

Fabrizio Massaro

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