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Niente Borsa per la Popolare di Vicenza

La Banca Popolare di Vicenza non ce l’ha fatta, non andrà in Borsa. L’istituto veneto non ha ottenuto da parte di Borsa Italiana il via libera alla quotazione delle azioni: «Non sussistono i presupposti per garantire il regolare funzionamento del mercato», recita la nota della società, a causa dei risultati dell’offerta di sottoscrizione delle azioni dell’istituto (conclusasi venerdì scorso). Pertanto, il provvedimento di ammissione delle azioni in Borsa «è da considerarsi decaduto».
L’avvio delle negoziazioni era subordinato «alla verifica della sufficiente diffusione degli strumenti finanziari»: al termine dell’offerta Borsa ha rilevato che il 91,72% del capitale sarebbe in mano a «un unico soggetto» (il fondo Atlante), 10 investitori istituzionali avrebbero il 5,07% del capitale (di cui il 4,97% in mano a un unico investitore, cioé Mediobanca, intervenuto in extremis, «indicato come non computabile ai fini del flottante»), il pubblico indistinto avrebbe avuto lo 0,36% e gli azionisti preesistenti il 2,86%. «Sostanzialmente non era garantita la correttezza degli scambi per lo scarso flottante – ha commentato Raffaele Jerusalmi, ad di Borsa Italiana, entrando all’evento organizzato alla Scala per i 150 anni del Sole 24 Ore -. Non cerchiamo solo di far numero di società quotate». «Se non c’era flottante era ovvio che l’istituto non si quotasse – ha ribadito il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, durante la stessa occasione -. Ma non è detto, dal male può anche venire una cosa buona, è una decisione del mercato e noi siamo per il mercato».
Il regolamento di Borsa prevede un livello minimo di flottante pari al 25% del capitale per garantire l’adeguata liquidità del titolo. Nel caso di BpVi, per l’ingresso sul listino doveva essere riconosciuta come flottante la quota detenuta dal Fondo Atlante, ma così non è stato.
Con il fallimento – nonostante l’ottimismo espresso appena giovedì scorso dall’amministratore delegato della Vicenza Francesco Iorio – dell’Ipo, il fondo Atlante arriverà a detenere il 99,33% dell’istituto di credito vicentino, sottoscrivendo 15 miliardi di azioni al prezzo di offerta di 0,1 euro per azione (limite inferiore della forchetta individuata dal cda), per un controvalore complessivo di 1,5 miliardi (pari al 100% del controvalore dell’offerta globale), mentre lo 0,67% resta ai vecchi azionisti. «Quale anchor investor, il fondo – come recita una nota diffusa da Quaestio, la Sgr che lo gestisce – ribadisce che intende sostenere la ristrutturazione, il rilancio e la valorizzazione della banca». Progetto che durerà un anno e mezzo. E che potrebbe prevedere anche una fusione, uno spezzatino o la vendita.
Non sono, dunque, compromesse le prospettive di riassetto della banca, anche se il collocamento a Piazza Affari di BpVi era tra le condizioni indicate dalla Bce. La ricapitalizzazione da 1,5 miliardi consente a BpVi di mettersi in regola con gli standard patrimoniali. Inoltre l’ingresso in Borsa potrebbe avvenire in un secondo momento. Il Fondo Atlante, che per il momento ha salvato la banca dal bail-in, potrebbe prevedere la quotazione di BpVi nei prossimi due anni: nei giorni scorsi il presidente di Quaestio Sgr, Alessandro Penati, ha precisato che il futuro collocamento potrebbe avvenire «a un prezzo più alto» rispetto a quello di oggi, grazie ai risultati sul fronte della ristrutturazione dell’istituto. Facendo pensare che il mancato sbarco sul listino potrebbe essere, più che un fallimento di tutta l’operazione Atlante, una risorsa e una opportunità per risanare la banca senza l’affanno delle oscillazioni di Borsa e per operare senza condizionamenti.
La conseguenza immediata resta il mancato ottenimento delle azioni sottoscritte dagli investitori e l’impossibilità per i piccoli risparmiatori di vedere dei realizzi dopo la pesante svalutazione azionaria, ma l’obiettivo di lunga scadenza è quello di mantenere in vita una banca funzionale al territorio e al mercato, anche solo come esempio di ristrutturazione andata a buon fine. «La cosa più importante era l’aumento di capitale per poter riprendere a lavorare in modo ordinato e ordinario. Questo è stato fatto, il mattoncino principale è stato messo, andiamo avanti con grande fiducia e determinazione», ha dichiarato Francesco Iorio, aggiungendo, sulla mancata ammissione a Piazza Affari, che la banca ha scontato «il momento di mercato molto negativo e un limite temporale molto stretto che ci ha imposto di procedere comunque». Il concetto della sicurezza è ribadito anche dal numero uno di Unicredit, Federico Ghizzoni, che parla di nessun errore da parte dell’istituto garante: «La Popolare di Vicenza è in sicurezza»; andare o no in Borsa «credo sia abbastanza indifferente, l’importante è che la banca abbia capitale a sufficienza per poter lavorare tranquillamente». All’ordine del giorno da domani c’è per Atlante la ricerca di un partner industriale tra i fondi chiusi ma anche la conferma o meno del cda – che sarebbe scaduto con la quotazione e che comunque va sostituito entro il 30 giugno – e la “gestione” dell’azione di responsabilità nei confronti dei vecchi amministratori.
Forte il contraccolpo a Piazza Affari. Subito dopo lo stop all’Ipo della banca veneta sono state sospese in asta di volatilità Mps, Unicredit e Bpm. Per tutta la giornata, maglia nera è stato il Banco Popolare, che ha concluso a -7,3%, seguito da Bpm (-6%), Mps (-5,5%), Carige (-5,3%), Ubi (-4,9%) e Unicredit (-3,6%).

Katy Mandurino

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