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Niente aumenti Iva nel 2018

Niente aumenti Iva nel 2018. Come annunciato in più occasioni dal governo nelle ultime settimane, a partire dal prossimo 1° gennaio le attuali aliquote, quella ordinaria del 22% e quella ridotta del 10%, resteranno invariate e non subiranno gli incrementi previsti dalla legge. Ma la spada di Damocle delle clausole di salvaguardia tornerà a incombere sulla testa dei contribuenti tra 12 mesi, con un calendario rimodulato nella tempistica, ma non nell’entità complessiva. Nel giro di due anni, dal 1° gennaio 2020, le aliquote passeranno rispettivamente al 24,9% e al 13%. È quanto prevede la bozza di manovra di bilancio, nella versione bollinata dalla Ragioneria generale dello stato e trasmessa al Senato per l’avvio dell’iter parlamentare.

La storia. Quella delle clausole di salvaguardia è una partita che va avanti dall’estate del 2011 e che ha visto impegnati nel tempo cinque diversi governi (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni). Ciò ha portato a due aumenti di aliquota: l’Iva ordinaria è salita dal 20% al 21% il 17 settembre 2011, per passare poi al 22% dal 1° ottobre 2013. Ma le clausole di salvaguardia oggi in vigore sono arrivate con i commi 718 e 719 della legge n. 190/2014, che a tutela dei saldi di finanza pubblica ha introdotto i rincari delle aliquote Iva ordinaria e ridotta rispettivamente di 2,5 e 2 punti percentuali (oltre a un aumento delle accise su benzina e gasolio per assicurare maggiori entrate non inferiori a 700 milioni di euro a decorrere dal 2018).

Tali aumenti, previsti inizialmente per il 1° gennaio 2016, sono stati rinviati con le leggi n. 208/2015 e n. 232/2016 e rivisti nella misura. Le due manovre hanno posticipato gli aumenti di anno in anno e ridotto gli aumenti dell’accisa a 350 milioni di euro. Successivamente, il dl n. 50/2017 ha nuovamente ritoccato il meccanismo, da ultimo rivisitato con il decreto fiscale (dl n. 148/2017), in vigore dal 16 ottobre scorso e ancora in fase di conversione.

Il nuovo intervento. Secondo la normativa attualmente vigente, dal 1° gennaio 2018 dovrebbe verificarsi un doppio balzo di aliquota. Quella ridotta del 10% passerebbe all’11,14%, per salire al 12% dal 1° gennaio 2019. Quella ordinaria del 22% aumenterebbe in un colpo solo di tre punti percentuali, al 25%, per poi innescare un «valzer» (25,4% nel 2019, 24,9% nel 2020) che la riporterebbe al 25% dal 1° gennaio 2021.

La manovra di bilancio predisposta dal governo congela interamente gli aumenti delle aliquote previsti per l’anno 2018, alleggerendo anche il carico del 2019 (si veda tabella in pagina). A livello finanziario, ciò comporterà una riduzione del gettito atteso per 14,9 miliardi di euro il prossimo anno e di 6 miliardi nel 2019. All’importo vanno poi sommati i circa 1,2 miliardi di euro che verranno meno ai sensi della parziale sterilizzazione (ancorché avvenuta solo sulla carta) operata dal dl n. 148/2017. Il decreto fiscale ha infatti ridotto da 350 a 10 milioni di euro l’aumento delle accise sui carburanti per l’anno 2019, che resta tuttavia confermato a quota 350 milioni dal 2020 in avanti.

Lo scenario futuro. Fermo restando che la rimodulazione delle clausole di salvaguardia potrà subire modifiche in fase di approvazione della manovra, il ddl presentato dal governo quantifica già gli importi che saranno «ereditati» dal successivo esecutivo. Le clausole Iva in vigore hanno fatto iscrivere nel bilancio preventivo dell’erario maggiori entrate per 18,9 miliardi di euro per l’anno 2019, 19,2 miliardi per il 2020 e 19,6 miliardi dal 2021 in avanti.

Alla luce delle norme predisposte da palazzo Chigi, il fabbisogno che sarà necessario tra 12 mesi per non far scattare gli aumenti previsti dal 1° gennaio 2019 si attesterà a 12,5 miliardi di euro. Invariate, invece, le coperture necessarie nel 2020 e 2021, dato che l’attuale manovra prevede un sostanziale riallineamento rispetto alla normativa vigente. In totale, per rimandare di anno in anno gli incrementi d’imposta serviranno oltre 51 miliardi di euro tra il 2019 e il 2021.

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