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Nero, ispezioni top secret

Niente da fare: la «spia» in azienda resta ignota. Il datore deve restare all’oscuro e non può ottenere dall’amministrazione i documenti posti alla base dell’ordinanza-ingiunzione emessa contro di lui per le irregolarità nella gestione dei rapporti di lavoro dopo la visita in azienda dell’ispettorato del lavoro. È prioritaria, infatti, l’esigenza di tutelare la privacy degli addetti e di metterli al riparo da eventuali ritorsioni da parte dell’impresa per aver parlato con i funzionari del ministero del lavoro. È quanto emerge dalla sentenza 5779/14, pubblicata dalla sesta sezione del Consiglio di stato.

Spia e vendetta. La sanzione che colpisce il datore è stata emessa in base all’articolo 39 del decreto legge 112/08 e dunque riguarda l’irregolarità nella gestione dei libri sociali sui quali devono essere annotati i dipendenti e i collaboratori: l’azienda è multata, con ogni probabilità, perché gli ispettori hanno individuato personale «in nero». Dagli atti risulta che l’amministratore unico della società chiede le carte sulle quali si fonda l’ordinanza-ingiunzione soltanto un giorno prima di impugnarla davanti al giudice civile. Ciò significa che l’azione giudiziaria è stata promossa indipendentemente dall’istruttoria compiuta dall’amministrazione. In realtà l’impresa è tutelata in modo sufficiente dal verbale di accertamento notificato in sede dall’ispettorato del lavoro, che contiene tutti gli estremi della pretesa erariale. E in ogni caso, spiegano i giudici di Palazzo Spada, bisogna tenere comunque riservati i documenti che contengono notizie acquisite nel corso di attività ispettive, quando dalla loro divulgazione possono derivare discriminatorie o indebite pressioni o pregiudizi a carico di lavoratori o di terzi. Insomma: nel nostro caso l’ostensione dei documenti richiesti dall’amministratore unico della società non è indispensabile per curare o difendere gli interessi giuridicamente rilevanti del datore ma probabilmente servirebbe solo a «vendicarsi» contro chi secondo il datore ha fatto da «talpa» agli ispettori del lavoro. E comunque in base alla legge sulla trasparenza il diritto alla riservatezza dei lavoratori che hanno reso le dichiarazioni deve essere tutelato a prescindere dalla circostanza che chi chiede le carte sia o meno il datore di lavoro delle persone le cui frasi sono riportate nei verbali (peraltro tra gli addetti sentiti dai funzionari ci sono persone che non sono più in forza all’azienda del ricorrente).

Costituzione e Cedu. Il divieto di pubblicazione delle carte dell’istruttoria amministrativa scaturisce dai principi sanciti dalla Costituzione italiana e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo prima ancora che dallo statuto dei lavoratori. Il ricorso dell’amministratore della società è dunque accolto solo nella parte in cui non è stata dichiarata la parziale cessazione della materia del contendere. Spese di giudizio compensate perché soltanto di recente è intervenuta l’evoluzione dell’indirizzo giurisprudenziale pertinente al caso risolto dai giudici.

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