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Nelle perdite rilievo alle riserve

Bilanci 2012 con occhi puntati sulle perdite sistematiche, sia sul versante civilistico che su quello fiscale. Le società che si accingono a predisporre il rendiconto annuale in vista delle scadenze di fine marzo (cda) e di fine aprile (assemblea) devono, in presenza di perdite ripetute, svolgere un’attenta analisi dei possibili impatti sul patrimonio e sulla continuità aziendale.
Patrimonio netto sorvegliato
Già nella fase preliminare della chiusura dei conti, gli amministratori devono verificare che, a seguito delle perdite accumulate, la società non si trovi in una condizione di patrimonio netto incapiente o comunque al di sotto dei limiti di legge. Se la perdita supera il terzo del capitale, ma non è tale da portarne il livello al di sotto dei minimi di legge, scatta un obbligo informativo a carico degli amministratori che devono convocare senza indugio i soci per gli opportuni provvedimenti, essendo però consentito rinviare la copertura o la riduzione del capitale all’esercizio successivo. Se invece la perdita, oltre a incidere per oltre un terzo, porta il capitale sotto la soglia legale, occorre immediatamente procedere alla ricapitalizzazione o accertare lo scioglimento della società. In entrambi i casi la perdita rilevante, da confrontare con il capitale sociale, è quella che eccede le riserve presenti in bilancio. A questo fine diventa estremamente importante valutare correttamente la collocazione delle poste nel patrimonio netto. Il problema si pone in particolare per gli apporti dei soci, di cui spesso è dubbia la collocazione tra debiti (finanziamenti) o riserve (versamenti); l’elemento discriminante è la previsione, o meno, di un obbligo di rimborso per la società. La rinuncia di un finanziamento erogato dai soci, lo ricordiamo, va contabilizzata direttamente in una riserva, senza transito dal conto economico, trattandosi di operazione assimilata a un versamento in conto capitale (Oic 6).
Continuità sotto la lente
L’esistenza di perdite che incidono sul capitale, oltre agli obblighi sopra ricordati, fa scattare un campanello d’allarme circa la permanenza del requisito di continuità aziendale. Requisito che risulta essenziale al fine di consentire agli amministratori di redigere il bilancio secondo gli ordinari criteri del Codice civile (criterio del funzionamento).
Il principio Oic 5, paragrafo 7, chiarisce che, affinché si possa parlare di continuità, occorre che l’azienda sia destinata a funzionare almeno per i 12 mesi successivi dalla chiusura dell’esercizio. Lo stesso documento elenca una serie di eventi e circostanze che, in base ai principi di revisione, possono far sorgere dubbi significativi sul mantenimento della continuità. Oltre alle descritte situazioni di perdita del capitale, rilevano altri indicatori patrimoniali e finanziari, quali l’esistenza di prestiti prossimi alla scadenza per i quali non vi sono prospettive verosimili di rinnovo o di rimborso, ovvero sintomi di cessazione del sostegno finanziario da parte dei finanziatori e altri creditori.
Non sempre l’esistenza di queste situazioni richiede l’abbandono dei criteri di valutazione “di funzionamento” e il passaggio a quelli “di liquidazione”. Ad esempio, in presenza, dopo la chiusura dell’esercizio, della revoca dei fidi bancari o della mancata concessione di una ristrutturazione del debito, non si produce un’interruzione immediata dell’attività e il bilancio sarà ancora redatto con i criteri di funzionamento, i quali però si applicheranno con le particolari modalità indicate dal principio Oic 5 per il periodo ante liquidazione.

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