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Nelle indagini bancarie imponibili tutti i versamenti

Indagini bancarie a tutto campo. Sono imputabili a reddito imponibile i versamenti non giustificati non solo dei professionisti e degli autonomi ma anche dei collaboratori e di qualunque altro contribuente. Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza numero 19692 del 27 settembre 2011, ha respinto il ricorso dell'amministratore di un'azienda che percepiva redditi da questa in virtù di un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa.

In seguito a un'indagine della Guardia di finanza presso l'istituto bancario dove il contribuente aveva acceso due conti, era scattato un accertamento del maggior reddito sulla base di ingenti versamenti, non giustificati, ad avviso del fisco.

Contro l'atto impositivo l'uomo aveva presentato ricorso alla ctp di Catania ma senza successo. Aveva quindi impugnato la decisione in secondo grado, ma la ctr aveva confermato il primo verdetto ora reso definitivo dalla Suprema corte. Infatti la sezione tributaria ha disatteso tutti i motivi di ricorso. In particolare su quello concernente gli articoli 32 e 38 del dpr 600 del 1973, entrambe sull'accertamento sintetico, i giudici con l'Ermellino hanno esteso la portata delle norme rendendole applicabili a tutti i contribuenti anche sul fronte degli accertamenti bancari.

«Ed invero», ha motivato il Collegio di legittimità, «gli artt. 32 e 38 dpr n. 600/1973 hanno portata generale e pertanto riguardano la rettifica delle dichiarazioni dei redditi di qualsiasi contribuente, quale che sia la natura dell'attività dagli stessi svolta e dalla quale quei redditi provengano, la qual cosa in particolare è da ritenersi per quanto relativo all'applicabilità della presunzione di cui all'art. 32, comma 1, n. 2».

Non solo. A sostegno di questa tesi Piazza Cavour ha spiegato che «né in contrario senso può fondatamente invocarsi il riferimento ai ricavi e alle scritture contabili contenuto nella suddetta norma, giacché esso risulta limitativo unicamente della possibilità per l'ufficio di desumere reddito dai prelevamenti, non potendosi certamente in via generale e per qualsiasi contribuente presumere la produzione di un reddito da una spesa, e potendo viceversa una simile presunzione trovare giustificazione per imprenditori o lavoratori autonomi, per i quali le spese non giustificate possono infatti ragionevolmente ritenersi costitutive di investimenti».

Ciò senza peraltro che l'utilizzo di questi termini «possa in alcun modo impedire all'ufficio di desumere per qualsiasi contribuente che i versamenti operati sui propri conti correnti, e privi di giustificazione, costituiscano reddito, dovendosi ritenere tale attività accertativa pienamente consentita dalla norma in esame e assolutamente ragionevole».

Insomma, se i versamenti in banca possono essere usati dal fisco come base dell'accertamento sintetico per qualunque contribuente lo stesso non può dirsi per i prelievi che sono spia di maggior reddito solo degli imprenditori.

Ma non finisce qui. In queste interessanti motivazioni il Collegio di legittimità fa almeno altre due precisazioni importanti e cioè che per la verifica in banca è sufficiente l'autorizzazione dell'istituto. E poi che il contraddittorio con il contribuente non è obbligatorio. Come ha già detto la Suprema corte con la sentenza n. 14675 del 2006, «il preventivo contraddittorio tra l'Ufficio e il contribuente costituisce oggetto di una facoltà per il primo, e non di un diritto per il secondo e in ogni caso nella fattispecie risulta dallo stesso ricorso». Di diverso avviso la Procura generale di Piazza Cavour che aveva chiesto al Collegio di legittimità di accogliere il ricorso del contribuente.

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