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Nella Stp la regola dei «due terzi» vince nelle decisioni

Nelle società tra professionisti (Stp) disciplinate dalla legge 187/2011 (articolo 10, comma 10), l’impostazione statutaria del voto e la composizione della compagine sociale devono essere tali da assicurare comunque la maggioranza dei due terzi nelle decisioni dei soci. Le decisioni dei soci, a loro volta, possono essere in qualunque modo organizzate (a seconda del tipo societario adottato e delle scelte statutarie che, proprio in dipendenza del tipo societario, siano compiute). Per esempio, il voto può essere immaginato per “teste” (in ipotesi: il voto favorevole di quattro soci su sette), per quote di capitale (in ipotesi: il voto favorevole del 65% del capitale sociale), per quote di utile, e così via.
La regola dei due terzi dei voti è sancita genericamente per tutte le deliberazioni e decisioni dei soci, senza specificare la tipologia di delibere e decisioni alle quali essa debba intendersi riferita. In assenza di indicazioni in tal senso, la regola dovrebbe riguardare tanto le delibere assembleari delle società di capitali e cooperative, quanto le modifiche dei patti sociali e le decisioni delle società di persone, considerato che la norma in esame sembra doversi intendere nel senso che il legislatore limita la possibilità (per i non professionisti) di influire sulle scelte strategiche della società, al fine di evitare che i soci investitori possano incidere sullo svolgimento delle prestazioni professionali.
A tal fine, assumono rilievo sia le decisioni relative all’assunzione delle regole organizzative e, quindi, le modifiche di statuti, atti costitutivi e patti sociali, sia quelle relative ad operazioni che richiedano una delibera assembleare o una decisione sociale, come l’approvazione dei bilanci o la nomina degli organi sociali. Se, nel corso della vita della società, viene meno questo requisito della maggioranza dei due terzi nelle decisioni dei soci, ed esso non venga ripristinato entro sei mesi, la società si scioglie. Quindi, i soci professionisti, purché abbiano i due terzi dei voti esprimibili nelle decisioni dei soci: a) possono anche essere di numero inferiore ai due terzi dei soci (ad esempio, può essere configurabile una società di nove soci con cinque soli soci professionisti; oppure, si può ipotizzare il caso di una Stp in forma di società a responsabilità limitata in cui il professionista sottoscrive il 10% del capitale sociale e il non professionista il restante 90%; oppure: b) possono avere una quota di partecipazione al capitale sociale inferiore ai due terzi dell’intero capitale sociale (ad esempio, può essere configurabile una società nella quale i professionisti abbiano il 40% del capitale sociale).
Peraltro, non è richiesto che la riserva ai professionisti dei due terzi dei voti sia anche un quorum determinante per l’adozione delle decisioni dei soci. Ad esempio, nelle società di persone, salvo diversa disposizione statutaria, per le decisioni dei soci occorre il loro voto unanime; quindi, se è socio un soggetto non professionista, anche il voto di quest’ultimo è determinante, come accade nel caso di una società di persone composta da tre soci, di cui due professionisti e un investitore, nella quale, se non viene disattivata la regola dell’unanimità dei consensi, ancorché i professionisti abbiano due terzi dei voti, per formare una decisione è necessario anche il consenso del socio investitore.
In una società di capitali, se si ipotizza una larga base sociale (e quindi si ipotizzano rilevanti assenze in assemblea) il voto del socio capitalista potrebbe essere – di fatto – determinante per il raggiungimento del quorum occorrente per la decisione dei soci. D’altro canto, parrebbe legittima una clausola statutaria che renda determinante, ove possibile, il voto dei soci non professionisti; mentre sarebbe d’altro canto inammissibile che i soci non professionisti potessero assumere decisioni prescindendo completamente dalla volontà dei soci professionisti.

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