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Nella Sopaf un «buco» da 200 milioni Blitz della Finanza, Magnoni indagato

Svolta nell’inchiesta sul crac di Sopaf, la società di private equity quotata in Borsa (ma sospesa da tempo) controllata da Giorgio Magnoni. Il finanziere milanese, 72 anni ex presidente della società — di cui è anche azionista di maggioranza con la holding di famiglia, Acqua Blu — è indagato a Milano nell’inchiesta per bancarotta e manipolazione del mercato. Ieri il nucleo di polizia valutaria della Guardia di Finanza su ordine del pm Gaetano Ruta ha perquisito la sede della società e anche diverse abitazioni. Indagati sono anche altri amministratori.
Fondata trent’anni fa da Jody Vender e considerata per anni un blasone di Piazza Affari, Sopaf da fine 2012 è in liquidazione e da poco più di un mese è in concordato preventivo. A determinarne il crollo è stato un altro crac: quello della sua principale partecipazione, Banca Network Investimenti (Bni), piccolo istituto milanese finito in liquidazione coatta amministrativa lo scorso anno e da lì nel mirino della Procura di Milano: in Bni — in cui era entrata nel 2005 rilevandone circa la metà tra quote dirette e indirette — Sopaf avrebbe bruciato complessivamente circa 130 milioni tra acquisto delle azioni, aumenti di capitale e svalutazioni. La holding di Magnoni, Acqua Blu, è finita in liquidazione con 25,5 milioni di perdite e un patrimonio negativo per 17,7 milioni. E perdite ha subito anche uno dei sette fratelli di Giorgio, il banchiere di Lehman Brothers Ruggero Magnoni, azionista al 7% circa.
L’inchiesta milanese è nata da un’istanza di fallimento presentata a settembre da Unicredit, capofila degli istituti creditrici. L’aggiotaggio sarebbe legato invece a un comunicato stampa che avrebbe alterato illecitamente il titolo. A fine febbraio i debiti della società erano circa 109 milioni, di cui 71 verso le banche e 32 sotto forma di bond. Secondo le indagini il «buco» sarebbe complessivamente di quasi 200 milioni di euro. Per questi motivi la Procura aveva presentato al Tribunale fallimentare di Milano lo scorso 21 febbraio un’istanza di fallimento che però è stata respinta.
Ora i tre commissari straordinari (l’avvocato Palo Daffan e i commercialisti Andrea Nannoni e Carlo Pagliughi) dovranno cercare di far passare il piano di salvataggio, che prevede che i creditori «chirografari» come banche e fornitori, accettino tra il 16,6% e il 23% del credito. I capitali saranno recuperati dalla vendita delle partecipazioni (tra cui Linkem, Sun System, il fondo China Opportunity). L’adunanza dei creditori ci sarà il 28 giugno: con le nuove regole basterà il silenzio assenso.
Anche la percentuale di rimborso è in qualche modo legata alle vicende di Bni: è pendente in appello una causa tra Sopaf e Dea Partecipazioni (famiglia De Agostini) sul riacquisto delle quote in Bni. Se venisse condannata, Sopaf dovrebbe riacquistare le quote Bni ora in mano a Dea o pagarle i danni. Aggravando così il «rosso».

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