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Nella riforma fallimentare a rischio le reti di imprese

La riforma fallimentare – contenuta nella legge delega 155/2017 – prova a ridefinire il perimetro dei soggetti sottoposti a procedure concorsuali. L’obiettivo è creare un sistema unitario di accertamento e governo della crisi. Ma la sensazione, che andrà verificata alla luce dei decreti attuativi che il ministero della Giustizia dovrebbe varare nelle prossime settimane, è che il mosaico resterà almeno inizialmente incompleto: una parte rilevante – l’amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi – è stata stralciata (si veda l’articolo pubblicato in basso), mentre è dubbio se saranno incluse tutte le molteplici forme di esercizio d’impresa, pur in presenza di una formulazione estremamente ampia della legge delega.
Oggi le procedure concorsuali sono riservate alle imprese commerciali, anche a controllo pubblico, che superano determinati limiti dimensionali; sono esclusi gli enti pubblici, le piccole imprese individuali, quelle agricole, gli esercenti attività non imprenditoriale. Per le grandi imprese vi è l’alternativa dell’amministrazione straordinaria, estesa anche a quelle che operano nei servizi pubblici essenziali. Nulla dice la legge per gli enti di diritto privato esercenti attività di impresa, mentre per tutti i debitori non soggetti alle ordinarie procedure concorsuali, per i consumatori e per alcune categorie di società (start up innovative e Pmi innovative), la legge 3/2012 ha previsto la procedura di composizione della crisi da sovraindebitamento.
Di fronte a un quadro così eterogeneo, la legge delega affida al Governo il compito di costruire un procedimento unitario di accertamento dello stato di crisi o di insolvenza per «ogni categoria di debitore, sia esso persona fisica o giuridica, ente collettivo, consumatore, professionista o imprenditore esercente un’attività commerciale, agricola o artigianale, con esclusione dei soli enti pubblici» (articolo 2, lettere d ed e, legge 155/2017). L’accesso omogeneo agli strumenti di gestione della crisi non impedirà di differenziare i percorsi (procedure concordatarie o coattive) e gli esiti (liquidatori o conservativi) tenendo conto delle peculiarità delle diverse categorie di debitori.
Una novità di rilievo sarà la gestione coordinata delle procedure concorsuali di debitori fra loro collegati. È il caso dei gruppi di società: sarà consentito negoziare e far omologare un accordo unitario di ristrutturazione, o gestire sotto il controllo di un unico giudice delegato e con un unico commissario o curatore sia il concordato preventivo che la liquidazione giudiziale (l’attuale falliment0), mantenendo però sempre autonome le masse. Nel caso di procedure distinte, in Italia o all’estero, vi saranno obblighi di collaborazione e informazione fra gli organi delle procedure.
Resta invece incerta la sorte dei contratti di rete. Non è un problema se il contratto dà luogo a un autonomo ente soggettivizzato (rete-soggetto), che è titolare di un proprio patrimonio; se resta privo di soggettività (rete-contratto), invece, i debiti sono imputati alle singole imprese partecipanti che rispondono illimitatamente e solidalmente.
Più delicato il caso intermedio della rete-contratto che attribuisca ai partecipanti una responsabilità limitata alla misura dei rispettivi apporti, poiché non c’è un “debitore” assoggettabile a procedura concorsuale. Un problema che la riforma potrebbe risolvere facendo leva sul fatto che gli apporti sono considerati in regime di segregazione patrimoniale nel patrimonio delle singole partecipanti, prevedendo l’applicazione a ciascuna di esse del regime della liquidazione dei patrimoni destinati.

Stefano A. Cerrato

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