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Nella morsa dell’accertamento

di Luca Nisco  

Il raddoppio dei termini di accertamento, da quattro a otto anni, è da reputarsi sempre legittimo in presenza di elementi che comportino, ai sensi dell'art. 331 del codice di procedura penale, l'insorgenza dell'obbligo di denuncia penale da parte del pubblico ufficiale. Ciò in quanto il termine ordinario (quattro anni) e quello «raddoppiato» (otto anni) si riferiscono a fattispecie ab origine diverse, che non interferiscono tra loro.

È questa la conclusione cui è pervenuta la Corte costituzionale con la sentenza n. 247/2011, depositata il 25 luglio scorso. La Consulta era chiamata a pronunciarsi sulla questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Ctp di Napoli in relazione alle norme del c.d. decreto Bersani-Visco (dl n. 223/2006, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 248/2006) che prevedono, in caso di violazione che comporta obbligo di denuncia ai sensi dell'art. 331 del codice di procedura penale per uno dei reati previsti dal dlgs n. 74/2000 (dunque violazioni penal-tributarie), il raddoppio dei termini di accertamento.

La denuncia del giudice a quo. Il giudice tributario aveva denunciato la legittimità costituzionale di tali disposizioni sotto due differenti profili: (I) l'applicabilità alle sole annualità successive al 2006, anno di entrata in vigore della disciplina sul raddoppio e (II) la necessità che l'eventuale denuncia ex art. 331 del codice di procedura penale fosse presentata anteriormente allo spirare del termine di accertamento «ordinario», fissato a pena di decadenza al 31 dicembre del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione dei redditi.

La remissione all'esame della Consulta si era resa necessaria per verificare i profili di legittimità del comportamento degli uffici delle Entrate che, in maniera sempre più diffusa, avvalendosi delle disposizioni sul raddoppio dei termini provvedono ad accertare elementi reddituali relativi a periodi d'imposta oramai «chiusi» all'accertamento, in ragione dell'intervenuta decadenza dell'azione accertatrice, dando comunicazione della notizia di reato all'autorità giudiziaria competente, con ciò rendendo operativo il predetto raddoppio.

La pronuncia della Corte. Con riferimento al primo profilo (periodi d'imposta interessati dal raddoppio), è stato chiarito che le disposizioni sul raddoppio non si applicano alle violazioni tributarie per le quali, alla data del 4 luglio 2006, fosse già decorso il termine di accertamento quadriennale, con ciò escludendo che dette norme possano comportare una riapertura «retroattiva» di un termine già scaduto. Peraltro, chiarisce la Corte, non rientrano nel calcolo dei termini da raddoppiare le proroghe di termini previste da altre leggi, in primis la proroga biennale in caso di non adesione al condono fiscale ex lege n. 289/2002.

Quanto al secondo, ben più critico, profilo, la Corte costituzionale non ha condiviso l'interpretazione offerta dal giudice remittente (per il quale, in un'ottica sistematica oltre che di certezza dei rapporti giuridici, la denuncia in sede penale dovrebbe necessariamente intervenire prima dello spirare del termine tributario di decadenza quadriennale) statuendo che i termini raddoppiati non si innestano su quelli brevi in ragione di una scelta discrezionale degli uffici tributari, ma operano automaticamente allorché sussistano elementi obiettivi tali da rendere obbligatoria la denuncia penale per i reati previsti dal dlgs n. 74/2000. In sostanza, non può parlarsi di riapertura o proroga di termini scaduti né di reviviscenza di poteri di accertamento oramai esauriti, perché i termini «brevi» e quelli «raddoppiati» si riferiscono a fattispecie ab origine diverse, che non interferiscono tra loro ed alle quali si connettono diversi termini di accertamento.

Il doppio binario. Con tale argomentazione la Corte introduce di fatto nell'ordinamento un doppio binario dei termini di decadenza per gli accertamenti tributari, individuando un termine «breve» (quadriennale) che opera in presenza di violazioni tributarie per le quali non sorge l'obbligo di denuncia penale di reati ex dlgs n. 74/2000, cui si affianca un termine «lungo» o raddoppiato, che opera in presenza di violazioni tributarie per le quali invece sussiste l'obbligo di denuncia.

Seguendo tale linea di ragionamento, è del tutto irrilevante che l'obbligo di denuncia venga adempiuto prima o dopo il decorso del termine breve, in quanto ciò che conta è la mera sussistenza dell'obbligo per connotare sin dall'origine la fattispecie di illecito tributario e far scattare l'operatività del termine raddoppiato.
 

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