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«Nella magistratura serve un recupero di consapevolezza»

poche ore dal suo collocamento fuori ruolo approvato dal Csm, la nuova responsabile dell’Ispettorato del ministero della Giustizia, Maria Rosaria Covelli, ex presidente del Tribunale di Viterbo, che si è distinta per le sue performance, fortemente voluta dalla ministra Marta Cartabia, fa il punto con «Il Sole 24 Ore del Lunedì» sugli obiettivi della sua gestione.

L’Ispettorato è tradizionalmente interpretato come uno strumento del ministero per intervenire sulle situazioni più critiche negli uffici giudiziari, per verificare la realtà dei fatti e individuare eventuali responsabilità dei magistrati coinvolti. Una funzione se non punitiva, certo di possibile preludio all’esercizio dell’azione disciplinare. In realtà la ministra Cartabia, come puntualizzato anche in Parlamento, intende privilegiare anche un’altra funzione, quella di individuazione e rafforzamento delle buone prassi.

In apertura non si può evitare di chiederle come intende muoversi il ministero alla luce di quanto sta emergendo nella vicenda che è tornata a interessare il Csm e che coinvolge uno dei principali uffici giudiziari del Paese, la Procura di Milano?

Vorrei dare dei dati e chiarire dei profili. Come sa, il ministero della Giustizia svolge la funzione ispettiva in parallelo con la Procura generale della Cassazione. Questo non significa che su una vicenda debbano sempre muoversi entrambi insieme, soprattutto quando c’è dialogo tra Istituzioni. Sui fatti degli ultimi giorni, ci sono già più inchieste aperte dalle procure, si è mosso il Pg. Il ministero, per ora, continua a seguire con attenzione gli sviluppi, per verificare se in futuro sia necessario un intervento. Quanto ai dati: negli ultimi tre anni sono state 220 le azioni disciplinari promosse dal ministro della Giustizia (58 nel 2018; 80 nel 2019; 82 nel 2020), a fronte di 10.751 magistrati (a cui si aggiungono quelle della Procura generale di Cassazione ndr).

Senza entrare nel merito, queste ultime giornate hanno riproposto il tema della credibilità dei magistrati.

Sembra necessario recuperare un modello di magistrato che abbia piena consapevolezza della natura e dei limiti della funzione e dei poteri connessi. E abbia nello stesso tempo cura dell’immagine della categoria. Come sa, è stata avviata una forte fase riformatrice non solo sul processo civile e penale ma anche su ordinamento giudiziario e Csm. Va inoltre ricordata l’importanza della formazione dei profili dirigenziali e in questo la Scuola superiore della magistratura ha un ruolo di primo piano nel dare più spazio a una cultura dell’organizzazione.

Torniamo alla funzione propositiva dell’Ispettorato…

L’Ispettorato deve continuare a essere il garante della legalità delle condotte nell’amministrazione della giustizia. Ma avendo il compito di verificare il regolare funzionamento degli uffici giudiziari può diventare una leva importante sull’organizzazione al fine di coadiuvare realtà che presentino criticità. Il buon funzionamento della giurisdizione passa sempre più da un recupero di valori di efficienza, sui quali l’attenzione della Ministra è forte. Una buona organizzazione è strumentale alla tutela effettiva dei diritti, alla tempestiva repressione e prevenzione di reati.

Crede che le criticità siano concentrate in alcune aree del Paese, in determinati contesti socioeconomici? E, se sì, quali sono le iniziative per farvi fronte?

Le cronache non di rado riportano criticità in alcuni uffici del Mezzogiorno: è in corso di costituzione una Commissione insieme al ministero per il Sud per approfondire i problemi di funzionamento. A fronte di ciò, il mio mandato è sviluppare il supporto all’organizzazione degli uffici e porre maggiore attenzione alle best practices, per incentivarle e veicolarle, tenendo conto del contesto. Verrà implementato l’Ufficio studi per la realizzazione di un canale di trasmissione informativo ministero–uffici e rinnovato il sito web dell’Ispettorato. La comunicazione centro–territorio è cruciale. Le prassi dovranno misurarsi con i risultati sotto i profili di durata dei giudizi e scarsa prevedibilità delle decisioni.

Su quest’ultimo aspetto, spesso trascurato, come possono aiutare accordi a livello locale?

Penso all’esistenza nei tribunali di archivi informatici con i provvedimenti dei giudici o a convenzioni stipulate con le università per la realizzazione di rassegne di giurisprudenza e banche dati. Gli strumenti deflattivi messi in campo per evitare la crescita del contenzioso civile non hanno funzionato granché. Una maggiore conoscenza da parte dei diretti interessati delle probabili conclusioni della propria vicenda è di grande utilità e previene il contenzioso.

In quali settori e con quali soggetti vede un terreno fertile per le buone prassi?

Innanzitutto, l’ufficio del Processo. Poi, sulle convenzioni gli interlocutori degli accordi sono diversi a seconda delle materie, dall’avvocatura agli altri ordini, gli enti locali, le università, le camere di commercio, le case circondariali. In materia di diritto di famiglia, sulla gestione delle udienze; poi in materia di procedure concorsuali, per agevolare i compiti dei curatori, per le procedure esecutive, i protocolli sulla liquidazione dei compensi o concernenti la tenuta delle udienze telematiche o gli scambi di informazioni tra uffici diversi.

Può fare qualche esempio di buona prassi che considera esemplare?

Ce ne sono tanti, anche se non fanno rumore. Ho presente molte esperienze ma ho intenzione di avviare una mappa della “Giustizia che funziona” da aggiornare con la banca dati del Csm. Prima di avere un quadro completo, posso citare le convenzioni, finalizzate ai bilanci di responsabilità sociale degli uffici giudiziari, uno dei primi credo sia stato il Tribunale di Milano. Importante, sul piano della cooperazione sul territorio, anche l’apertura di sportelli informativi per l’utenza o di ascolto per le vittime dei reati, convenzioni stipulate da tribunali e procure con enti locali, ceto forense, Asl, forze dell’ordine, ordine degli psicologi. Una giustizia che dialoghi con tutti gli attori non solo funziona meglio ma diventa altresì motore economico.

Poi c’è il tema delicato del carcere e delle sue alternative.

Qui sono centrali le intese sul lavoro di pubblica utilità e sulla formazione dei detenuti, ai fini di un percorso di reinserimento e prevenzione di recidive. E cruciali sono le università. Convenzioni stipulate da tribunali e procure con case circondariali, avvocatura, università, soggetti privati hanno avuto a oggetto l’ammissione di detenuti al lavoro esterno, con ottimi risultati.

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