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Nella Gdo lo smartphone si userà come borsellino

In prima fila Auchan ed Esselunga, Mediamarkt (Mediaworld e Saturn), Vodafone, Gruppo Cremonini (Chef Express e Roadhouse Grill), Autogrill e McDonald’s, Zara. Poi via via si aggiungeranno i punti vendita di Prenatal, Rinascente, Lottomatica, Sisal, Decathlon, Ikea, le stazioni di servizio Eni. Sono le insegne della ristorazione e della moderna distribuzione che si stanno dotando di Pos Nfc in grado di accettare pagamenti da carte di credito o debito dematerializzate contenute in uno smartphone.
È l’Italia che si prepara ai pagamenti cash less. Nuovi strumenti di pagamento che la Commissione europea sollecita, perché stimolano la concorrenza e l’innovazione, e sono previsti nei decreti “salva Italia” e Sviluppo-bis anche per contrastare l’evasione fiscale. «Con una crescita del 5% dei pagamenti elettronici le entrate dello Stato vedrebbero un aumento tra i 3,1 e i 4,6 miliardi – sottolinea Lorenzo Tavazzi, responsabile della practice Scenari e intelligence di The European House-Ambrosetti –. Potrebbe esserci un aumento dei consumi dello 0,2% del totale, pari a circa 11 miliardi». Caleranno inoltre i costi per la gestione della massa di contante oggi in circolazione. L’Abi stima un onere di circa 10 miliardi l’anno, di cui un terzo a carico delle banche e il rimanente delle aziende. Tra gli addetti ai lavori è accreditato un valore analogo per quanto riguarda le operazioni cash con la Pa.
La soluzione è già oggi nelle tasche di molti italiani: sono le carte di credito e debito contactless. «Sono già state distribuite oltre 2,5 milioni di carte Mastercard Paypass abilitate ai pagamenti Nfc» sottolinea Paolo Battiston, country manager di Mastercard Italia. La base installata dei Pos con la nuova tecnologia, fanno invece sapere da Ingenico, leader nelle soluzioni di pagamento, a fine anno supererà gli oltre 250mila terminali contactless, uno ogni sei attivi nel nostro Paese.
A dare impulso al fenomeno dovrebbe essere il decreto legislativo che, ai sensi dell’articolo 12 comma 9 del “salva Italia”, prevede, tra l’altro, la riduzione delle commissioni a carico degli esercenti, dando maggiore trasparenza e chiarezza ai costi nelle transazioni effettuate. Le commissioni saranno confrontabili, riviste con cadenza almeno annuale e correlate al valore delle operazioni effettuate presso il punto vendita. Nei micropagamenti sotto i 30 euro la bozza prevede che verranno applicate delle commissioni inferiori a quelle generalmente in uso. Un modo per agevolare i pagamenti Nfc per tutti gli acquisti da pochi euro che si fanno quotidianamente. «Il decreto punta a una maggiore trasparenza e chi convenziona l’esercente deve specificare carta per carta le commissioni applicate» sottolinea Rita Camporeale, responsabile dell’Ufficio sistemi e servizi di pagamento dell’Abi. Il decreto ora è al ministero dell’Economia e ha superato il parere del Consiglio di Stato. Potrebbe essere firmato a breve, fanno sapere dal Mef.
Le commissioni sono già state nel mirino dell’Antitrust europeo. «Visa per chiudere un’inchiesta ha recentemente proposto alla Commissione Ue di tagliare del 40-60% le commissioni interbancarie – ricorda Davide Steffanini, direttore generale di Visa Europa in Italia – portandole allo 0,3% dal 0,5-0,7 per cento. È lo stesso livello del circuito Mastercard».
Il mondo delle imprese e del commercio guarda con favore al contante dematerializzato. «Siamo favorevoli, ma c’è il rischio che l’aspetto economico penalizzi i piccoli esercizi, già in ginocchio per la crisi – aggiunge Lino Stoppani, presidente della Fipe -. C’è da risolvere il nodo delle condizioni vessatorie delle commissioni sulle carte e gli incassi devono essere accreditati a fine giornata, con una sola scrittura contabile. La rendicontazione poi deve essere il più possibile semplificata». Serve più semplicità e convenienza. Un parere condiviso da Alessandro Perego, responsabile scientifico Osservatorio mobile payment & commerce della School of management del Politecnico di Milano. «Si deve incentivare ed evidenziare l’accettazione della moneta elettronica – spiega -, ma servono azioni concrete che riducano i costi fissi, che nel caso dei piccoli negozi hanno un peso rilevante».
Soprattutto c’è da mettere nell’angolo l’abitudine di pagare cash degli italiani. In questo caso, concordano Perego e Tavazzi, si può pensare a un pacchetto di incentivi fiscali per chi paga con moneta elettronica. È un costo per lo Stato, ma in realtà si tratta di un investimento nella logica di combattere l’evasione.

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