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Nella crisi d’impresa il rischio della stretta sui prestiti bancari

Senza una proroga ad ampio spettro delle misure di allerta il prossimo anno si profila particolarmente pesante per il sistema finanziario e imprenditoriale italiano. Dopo la stretta del regolatore europeo sui crediti deteriorati, e la richiesta di disporre dei crediti verso il mercato, il 2020 rischia di diventare un annus horribilis per le banche italiane, sia per ragioni legate all’evoluzione della regolamentazione europea, sia per difetti di coordinamento delle misure di allerta introdotte dalla riforma Rordorf.

Prima ancora dell’entrata in vigore definitiva del Codice della crisi, infatti, le linee guida sulla nuova definizione di default (Ndd) messa a punto dall’Eba dovranno essere applicate dagli istituti di credito entro il 2020.

La progressiva (ciascun istituto ha tempi propri) introduzione della Ndd prevede impatti in termini di accantonamenti, derivanti dai più stringenti criteri di individuazione della condizione di default del debitore. Si ridurranno sia le soglie di rilevanza degli inadempimenti, sia i margini di manovra per riassorbire lo scaduto (past due) da parte del singolo gruppo bancario: i tre mesi di tempo (cure period) per ricomporre le anomalie paiono davvero modesti a fronte di squilibri finanziari che potrebbero non essere transitori.

È quindi ipotizzabile un rilevante incremento di Npe (Non performing exposures ) presso il sistema, e anche se i singoli istituti hanno individualmente svolto una fase di assessment, non sono a oggi pubblicamente disponibili stime da parte di Banca d’Italia circa le conseguenze in termini reddituali e patrimoniali, con rilevanti rischi a livello di sistema.

La nuova definizione di default va infatti a sommarsi alle già vigenti disposizioni sul calendar provisioning – che impone agli istituti significativi vigilati da Bce accantonamenti obbligatori sulle posizioni deteriorate – e alla richiesta di selezione dei files interni tra hold to collect e hold to collect and sell. Le conseguenze sul credito alle imprese derivanti dai maggiori accantonamenti e dalle richieste di alleggerimento delle posizioni o cessioni dei crediti a livello di sistema sono facilmente intuibili: le difficoltà di mantenimento di volumi creditizi determineranno senz’altro una maggiore fragilità delle banche quali imprese (richiedendo maggiore patrimonializzazione, aumenti di capitale e ponendo a rischio gli assetti proprietari), ma soprattutto porranno a carico del sistema imprenditoriale la necessità di far fronte a fabbisogni finanziari che rischiano di restare insoddisfatti.

Compreso il contesto regolamentare bancario, non negoziabile da parte del singolo istituto, occorre coordinarlo con gli effetti derivanti dalle misure di allerta introdotte dal Codice della crisi: la convocazione della banca agli Ocri per prendere parte al processo di negoziazione assistita (o, qualora la riservatezza non fosse perfetta, la notizia dell’accesso agli Ocri del debitore) rappresenta in termini oggettivi per il singolo istituto un evento Sicr (significant increment of credit risk) e lo obbliga a valutare il credito sottostante con parametri più restrittivi.

Non va dimenticato che l’accesso agli Ocri può intervenire sia a fronte di una crisi di impresa (per segnalazione interna, tipicamente legata agli indicatori di crisi) o sia a causa di vera e propria insolvenza (per segnalazione esterna di debiti già scaduti di importo molto rilevante). Allo stato, va ipotizzato che – in mancanza di un discrimen certo tra le due situazioni – la banca sarà pressoché obbligata sin dall’inizio a classificare il proprio credito come inadempienza probabile, e questo accenderà contemporaneamente sia il semaforo della nuova definizione di default, sia quello del calendar provisioning.

Uno scenario probabile sarà quindi la sospensione degli affidamenti o il loro mancato rinnovo, e una progressiva contrazione della disponibilità di linee, con rilevanti impatti soprattutto per la possibilità di rendere concreto un rilancio dell’impresa e anzi una riduzione della capacità di assumere impegni di pagamento nei confronti dei fornitori aziendali.

Occorre dunque intervenire sul procedimento di allerta in modo da renderlo maggiormente funzionale all’accesso al credito bancario, e stimolando quindi un dialogo tra sistema bancario, imprenditori e legislatore affinché si affinino gli strumenti di prevenzione e di gestione della crisi di impresa.

Al sistema bancario sono state imputate colpe talvolta superiori alle oggettive responsabilità, spesso a causa di comportamenti di singoli che hanno generato conseguenze sistemiche e di un regolatore europeo che non tiene conto delle peculiarità del sistema italiano. L’impresa italiana non può fare a meno della salubrità delle proprie banche e di un regolare accesso al credito: una problematica sistemica che non può essere gestita né con misure di emergenza né con interventi di tipo assistenzialistico. Occorre invece introdurre una proroga delle misure di allerta, che consenta un’adeguata interazione tra gli attori del processo che devono trovare lo spazio, ancorché informale, di dialogo costruttivo.

Paolo Rinaldi

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