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Nella causa di separazione spazio alle pretese dei figli

di Alessandro Galimberti

La Cassazione fa spazio alle pretese dei figli maggiorenni nel procedimento di separazione personale dei genitori. Con la sentenza 4296/12, depositata il 19 marzo, la Prima sezione civile ha riconosciuto a un ventenne veneziano il diritto a intervenire a titolo proprio nella controversia tra mamma e papà "semplicemente" per chiedere per sè un contributo mensile (6 mila euro) per la prosecuzione degli studi universitari. Secondo i giudici, che peraltro hanno confermato le decisioni del tribunale e della corte d'appello locali, il ragazzo, in quanto maggiorenne (e non autosufficiente dal punto di vista economico), ha la piena legittimazione per esercitare l'«intervento volontario» (articolo 105 del codice di procedura civile) nella causa già in corso – e già parzialmente definita – tra i genitori. Questo perchè è la stessa norma (articolo 155-quinquies del codice civile), rivista con la legge 54/2006, a riconoscere la posizione "emancipata" del figlio che ha compiuto 18 anni, laddove prevede che il giudice «valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico. Tale assegno, salvo diversa determinazione del giudice, è versato direttamente all'avente diritto». Dalla «percezione» materiale dell'assegno alla «rivendicazione» giudiziaria il passo a ritroso, evidentemente, è stato considerato breve. Perché, argomenta il relatore, nella controversia coesistono «quantomeno in astratto» due posizioni giuridiche entrambe meritevoli di tutela: quella del genitore convivente, che ha la legittima aspettativa di non dover anticipare la quota di spese spettante al coniuge, e quella del figlio «avente diritto al mantenimento ed anzi legittimato in via prioritaria ad ottenere il versamento diretto del contributo». E quel che conta è che «si tratta in entrambi i casi di situazioni soggettive comportanti la legittimazione ad agire, posto che (…) essa costituisce una condizione dell'azione diretta all'ottenimento, da parte del giudice, di una qualsiasi decisione di merito». A condurre verso una soluzione contestuale – seppur indipendente – della pendenze di madre e figlio è la stessa «intrinseca formulazione del citato articolo 155-quinquies c.c che, a prescindere della sedes materiae (…) appare rivolto proprio al giudice della crisi familiare»; l'intervento in giudizio del figlio maggiorenne «assolve, latu sensu, una funzione di ampliamento del contradditorio» consentendo al giudice di provvedere «sulla base di un'approfondita ed effettiva disamina delle istanze» degli interessati.

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