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Nella bancarotta fraudolenta sì al concorso del commercialista

di Dario Ferrara 

Anche un terzo estraneo alla società può essere accusato di concorso in bancarotta fraudolenta patrimoniale se la sua condotta dannosa nei confronti della massa dei creditori è continuata fino alla dichiarazione di insolvenza dell'azienda «incriminata». Il commercialista che aiuta l'amministratore a far fallire la società, insomma, si ritrova impelagato fino al collo rispondendo, ex articolo 110 c.p., nel reato del soggetto proprio. È quanto emerge dalla sentenza 30412/11, pubblicata il primo agosto 2011 dalla quinta sezione penale della Cassazione.

Tempi e modi. Accolto il ricorso del procuratore generale presso la corte d'appello: sarà il giudice del rinvio a far luce fino in fondo sulla responsabilità penale del commercialista che dà una mano a far sparire i soldi della società prima del fallimento, con l'amministratore che si defila grazie a un provvidenziale trasferimento di quote a un prestanome all'estero, irreperibile in Italia. Di certo c'è che sbaglia il giudice d'appello ad assolvere il commercialista sul rilievo che gli atti di fraudolenza risalirebbero a un'epoca assai precedente alla comparsa sulla scena del professionista (che nel frattempo è comunque assolto dall'accusa di bancarotta fraudolenta documentale). Nella condotta di chi causa dolosamente il fallimento di un'azienda, ancor più che nelle altre condotte parallele perseguite dal Rd 267/42, l'azione offensiva non si esaurisce al compimento dell'atto antidoveroso, ma continua fino alla dichiarazione d'insolvenza della società. Fino a quel momento, infatti, è sempre possibile porre in atto dei comportamenti in grado di redimere la portata offensiva dell'azione. E, nel caso di specie, risulta ben precedente alla decisione del giudice concorsuale l'intervento del professionista, che insieme all'amministratore della società provvede alla manomissione patrimoniale consistita nella cessione «mascherata» degli immobili, dietro cui si celano vendite simulate e l'incasso del denaro scaturito dalle dismissioni.

Sporadicità esclusa. Il commercialista, insomma, risponde del reato di bancarotta in concorso con l'amministratore perché, pur terzo rispetto alla società poi fallita («extraneus»), contribuisce a realizzare «un segmento efficace del risultato illecito», la cui consumazione coincide con l'accertamento giudiziale dell'insolvenza. Né può dirsi che al professionista possano ascriversi singole azioni di impoverimento dell'azienda: si tratta di una condotta complessiva che è foriera del dissesto e che comprende, fra l'altro, l'induzione al recesso dell'amministratore. La parola passa alla Corte d'appello.

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