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Nel sequestro dei beni prima tocca all’impresa poi all’amministratore

Sono sequestrabili i beni dell’amministratore della società responsabile dell’omesso versamento Iva, solo dopo aver verificato l’assenza di disponibilità in capo all’impresa. Ma l’approfondimento richiesto in tal senso al Pm deve limitarsi alo stato degli atti. A chiarirlo è la Corte di cassazione con la sentenza 1738 depositata ieri. Il rappresentante legale di una Srl era indagato per il reato di omesso versamento dell’Iva, previsto e punito dall’articolo 10-ter del decreto legislativo 74/00. Nell’ambito del procedimento penale, il Gip disponeva il sequestro preventivo per equivalente su alcuni beni mobili ed immobili di proprietà dell’indagato.
La misura veniva confermata anche da un’ordinanza del Tribunale del riesame, adito dalla difesa dell’imprenditore. Contro quest’ultimo provvedimento, l’amministratore ricorreva per Cassazione, lamentando, tra l’altro, l’impossibilità di sottoporre a sequestro per equivalente i beni della persona fisica senza prima aver provato ad aggredire il profitto diretto che la società ha tratto dall’evasione.
La Cassazione ha accolto il ricorso annullando la decisione del Tribunale del riesame. I giudici di legittimità, innanzitutto, hanno ricordato che secondo le Sezioni Unite (sentenza 0561/2014), è possibile eseguire un sequestro dei beni nei confronti della persona giuridica. Deve trattarsi però di un sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta di denaro o di altri beni fungibili ovvero di beni direttamente riconducibili al profitto del reato. Invece, è esclusa la possibilità di eseguire, sempre nei confronti dell’ente, un sequestro finalizzato alla confisca per equivalente, salvo il caso in cui la società sia un mero schermo fittizio.
Ne consegue che prima di procedere al provvedimento cautelare per equivalente nei confronti dell’amministratore, è necessario tentare direttamente il sequestro sui beni societari, frutto dell’illecito. Sempre che, evidentemente, tale profitto sia rimasto nella disponibilità dell’azienda. La sentenza a questo proposito ricorda che il Pm per effettuare tale verifica, non è obbligato ad un accertamento complesso e specifico, potendosi limitare alle risultanze degli atti e degli indizi a carico dell’indagato.
Spetterà poi, eventualmente, all’interessato, dimostrare l’esistenza di beni in capo alla società e quindi, la sequestrabilità diretta degli stessi. Nel caso di specie, tuttavia, il Pm non aveva provato ad aggredire i beni dell’impresa ed anzi aveva erroneamente ritenuto non sequestrabili i beni aziendali, neppure per via diretta, sulla base del presupposto che i reati tributari non fanno parte del novero degli illeciti fonte di responsabilità ai sensi del decreto legisaltivo n. 231 del 2001.
Da qui, dunque, l’annullamento dell’ordinanza impugnata con rinvio per nuovo esame ad altra sezione del Tribunale del riesame che dovrà attenersi ai principi enunciati nella sentenza. La pronuncia conferma così l’orientamento ormai consolidato in seno alla Suprema Corte secondo cui in presenza di reati tributari conseguenti a violazioni commesse dalle società, occorre prima tentare un sequestro diretto in capo all’impresa e, solo successivamente, un sequestro per equivalente in capo al rappresentante legale.

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