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Nel secondo trimestre ferma l’economia, il 2019 sarà piatto Anche Tria vede la stagnazione

La sindrome dello “zero” investe l’Italia. Il Pil, il prodotto interno lordo, cioè la misura della ricchezza di un Paese, non cresce più. Inchiodato, bloccato a quota zero: da cinque trimestri, poco meno di un anno e mezzo, il Pil si muove impercettibilmente sopra e sotto il livello dello zero. La conferma dello stato di “stagnazione” dell’economia italiana, come l’ha definita ieri in una nota il ministro dell’Economia Tria, è giunta dai dati dell’Istat sul secondo trimestre di quest’anno: nel periodo aprile-giugno la crescita rispetto ai tre mesi precedenti è stata nulla, uguale a zero anche la crescita “tendenziale”, cioè rispetto al secondo trimestre del 2018.
Sente l’esigenza di commentare la difficile fase della nostra economia, da Via Venti Settembre, Giovanni Tria: «Il dato era atteso e riflette in larga parte il rallentamento dell’economia dell’Eurozona», recita una nota. Ma Tria non minimizza, ammette la «stagnazione», fa appello a «perseverare nello sforzo di rilanciare la crescita», conta su un andamento migliore dell’economia nella seconda parte dell’anno e giudica ancora «raggiungibile» l’obiettivo dello 0,2 per cento per il 2019 fissato dal Def in aprile.
Operatori e centri studi sono scettici. A partire da Andrea Montanino, capoeconomista di Confindustria, per il quale ormai la crescita di quest’anno è «compromessa» e «difficilmente andremo oltre lo zero». D’altra parte, aggiunge, la produzione industriale sta «scendendo molto», aspetto assai preoccupante per un paese manifatturiero.
Oggettivamente le possibilità di raggiungere lo 0,2 del governo restano appese ad un filo: il Pil dovrebbe segnare una crescita dello 0,2 per ciascuno dei due trimestri della restante seconda metà dell’anno. Eventualità che molti ritengono piuttosto remota, visto il dato di luglio della produzione industriale che, secondo Confindustria, è caduta dello 0,6 per cento sul mese precedente. In ogni caso, anche chi si aspetta un “rimbalzo” estivo dell’industria, come Paolo Mameli di Intesa Sanpaolo, non va oltre una stima di crescita del Pil a fine anno di 0,1 per cento.
Il rischio che emerge dai commenti di ieri è che la fase prolungata di stagnazione possa incancrenirsi. «Il paese si sta abituando a non crescere », commenta rassegnato Lucio Poma di Nomisma. E i dati sull’occupazione di ieri per molti celano in controluce bassa produttività e lavoro di scarsa qualità, mentre la bassa inflazione è segno di consumi in frenata: una situazione dunque che si fa giorno dopo giorno sempre più difficile. «Nel secondo semestre dell’anno, dopo cinque trimestri di stagnazione si farà sentire l’effetto sull’occupazione e sui consumi», annota Fedele De Novellis del centro studi Ref.
Anche l’analisi delle cause della lunga stagnazione italiana non confortano: l’Istat nei dati preliminari di ieri si limita a segnalare che dal lato della domanda vi è un «contributo nullo» sia della componente nazionale sia di quella estera. Del resto il commercio mondiale frena, la crescita dell’Eurozona è allo 0,2 nel secondo trimestre, come ha reso noto Eurostat ieri, la Germania rallenta. Tutti elementi che pesano su un paese che fa conto sull’export come l’Italia, ma ugualmente incidono i consumi di cui ieri la Confcommercio indicava la «scarsa dinamicità».
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