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Nel rito breve non serve il legale per le dichiarazioni spontanee

Nel rito abbreviato, le dichiarazioni spontanee dell’imputato sono utilizzabili anche se rese alla polizia giudiziaria, nell’immediatezza del fatto, e senza l’assistenza del difensore. Lo puntualizza la Cassazione, sezione prima penale, con sentenza 22635/2012.

La vicenda

Protagonisti della vicenda zio e nipote colti in possesso, dalla Guardia di finanza, di un pacco contenente due revolver e diverse confezioni di proiettili. Rinvenimento che fa scattare la condanna per detenzione illegale di armi da sparo e munizioni. A confortare l’accusa, tra gli altri elementi, sono le dichiarazioni spontanee rese dagli indagati nel corso della perquisizione domiciliare. Entrambi, difatti, avevano ammesso, alla presenza dei finanzieri, di avere preso accordi circa la custodia del plico. Di qui, la condanna, a pena detentiva e multa, emessa dal Gip al termine del rito abbreviato. Contro la decisione, i due propongono appello, lamentando l’utilizzo illegittimo delle dichiarazioni spontanee rese alla polizia giudiziaria all’atto dell’ispezione.

Si tratta – secondo la difesa – di asserzioni assunte in violazione dell’articolo 63, secondo comma, del Codice di procedura penale, che vieta l’impiego di dichiarazioni indizianti provenienti da persona che «doveva essere sentita sin dall’inizio in qualità di imputato o di persona sottoposta alle indagini». Piuttosto, precisa l’avvocato, andava applicato l’articolo 350, comma settimo, dello stesso Codice, secondo cui le dichiarazioni “autoaccusatorie” dell’indagato possono essere assunte, ma non anche usate in dibattimento.

Non concorda la Corte di secondo grado, che respinge l’eccezione e ribadisce la colpevolezza dei ricorrenti, rideterminando la pena per intervenuta prescrizione di un capo di imputazione. Tali dichiarazioni – rileva – sono state legittimamente poste a sostegno della pronuncia di condanna. Le difese decidono di portare il caso dinanzi al Collegio di legittimità, sul presupposto che l’indagato va sempre protetto, evitando che quanto riferito agli inquirenti “a caldo” e senza il supporto di un legale sia poi usato a suo sfavore.

Il giudizio di legittimità

La Cassazione, però, respinge entrambi i ricorsi. Le dichiarazioni ricevute spontaneamente dagli inquirenti – spiegano i giudici – non si possono utilizzare in dibattimento, salva l’ipotesi della contestazione, ma ciò non vuole dire escluderne totalmente la valenza. Tali asserzioni, secondo la Suprema corte, si caratterizzano «non già per il contesto spazio-temporale in cui l’atto è compiuto (luogo e immediatezza del fatto o meno) quanto per il tipo di attività svolta dall’autorità».

In altre parole, gli organi di polizia sono tenuti a prendere atto, stilando il verbale, di quanto liberamente riferito dall’indagato, senza però “provocare” la comunicazione di notizie e indicazioni utili alle investigazioni. Il secondo comma dell’articolo 136 del Codice di procedura penale, infatti, prevede che nel redigere la documentazione si dovrà indicare se quanto riferito dall’indagato sia frutto di spontanea scelta, o di domanda (caso in cui dovrà riprodursi anche il quesito). È per tali ragioni che il compimento dell’atto di ricezione e di documentazione scritta delle dichiarazioni spontanee non richiede la necessaria presenza del difensore, prescritta dalla legge solo per l’assunzione delle sommarie informazioni di cui ai commi 1, 2 e 3 dell’articolo 350 del Codice di procedura penale. Ipotesi, queste, ben diverse – per utilizzabilità, e per formalità procedurali – da quella delineata dal settimo comma, scelta come pilastro difensivo dalle difese degli imputati, ma in realtà estranea al divieto di utilizzo imposto dal citato articolo 63.

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