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Nel risiko delle monete vince lo yen

di Stefano Carrer

Per il secondo anno consecutivo, lo yen si appresta a cingere la corona di regina delle valute, nonostante i fondamentali deludenti dell'economia del Giappone, l'aumento dell'indebitamento complessivo del Paese, i declassamenti del debito sovrano e i ripetuti interventi di Tokyo sul mercato dei cambi. Con un guadagno di circa il 4,2% sul dollaro e del 6,6% sull'euro, la divisa nipponica consolida il suo status di valuta-rifugio in tempi di turbolenze finanziarie internazionali e viene pronosticata da molti analisti in ulteriore apprezzamento nella prima metà del 2012.
Due record storici sul biglietto verde (il 17 marzo a quota 76,25 e il 31 ottobre a 75,35) hanno indotto vari osservatori a considerare fallimentare la politica "interventista" delle autorità giapponesi, che quest'anno hanno speso in totale l'equivalente di 183 miliardi di dollari per frenare l'ascesa dello yen. Osservatori più benevoli sottolineano però il successo di Tokyo nel porre un freno alla tendenza e nel diminuire la volatilità dello yen, che da fine ottobre si sta muovendo con oscillazioni minime sul dollaro (ieri ha chiuso poco sotto quota 78). Se sull'euro a ottobre è salito ai massimi decennali sfiorando la soglia di 100 (contro il minimo storico a 169 del 2007), resta comunque lontano dal picco sotto quota 90 dell'ottobre del 2000. «La performance dello yen nel 2011 riflette nel complesso una fuga verso la qualità degli investitori in presenza di un deterioramento dello scenario per la crescita globale», sintetizza il rapporto valutario di fine anno di Bank of Tokyo-Mitsubishi: in mancanza di alternative credibili e altrettanto liquide, insomma, l'avversione al rischio premia yen e bond nipponici e rischia di mettere in crisi l'economia reale di un Paese su cui aleggia lo spettro della de-industrializzazione (evocato anche dalle prospettive di difficoltà energetiche in conseguenza dell'incidente nucleare di Fukushima). L'attuale livello del cambio, secondo uno studio governativo reso noto un mese fa, mette a rischio almeno altri 600mila posti di lavoro. Dal mondo industriale non cessano di levarsi accorati appelli contro lo svantaggio competitivo provocato dal superyen, culminati nella proposta avanzata a margine del Tokyo Motor Show da Carlos Ghosn. «Non lo dico per noi, che come azienda globale possiamo prosperare comunque – ha detto il numero uno della Nissan – Il Giappone deve decidere se vuole rimanere un Paese manifatturiero o no. Nel primo caso, deve tracciare un limite invalicabile del cambio, proprio come ha fatto la Svizzera». Ma un «peg» dello yen sul dollaro è tecnicamente rischioso e politicamente indigeribile: Tokyo non è Berna e non può impegnarsi in una operazione che implicherebbe in sostanza l'impegno a emissioni illimitate di bond. Inoltre una manipolazione valutaria permanente, motivata con l'interesse nazionale, farebbe del Giappone un reprobo all'interno del G-7 e toglierebbe ogni giustificazione ai tentativi – soprattutto americani – di convincere la Cina a consentire un apprezzamento più rapido dello yuan.
Per questo l'esecutivo del premier Noda sta tentando altre strade, a partire dal rafforzamento dei mezzi con cui minacciare altri interventi sul mercato valutario (quasi raddoppiati a 37mila miliardi di yen) fino a una serie di agevolazioni alle imprese (inclusa una preannunciata quarta manovra addizionale di bilancio, dall'importo che potrebbe arrivare a 2mila miliardi di yen). Il nuovo «dinamismo valutario» di Tokyo si è esteso alla promozione di alternative commerciali al dollaro in transazioni commerciali internazionali, culminati nel patto natalizio con Pechino per promuovere settlement su base bilaterale. Un accordo destinato ad accrescere l'internazionalizzazione della divisa cinese, che con lo yen condivide quest'anno sia un apprezzamento analogo sul dollaro (di poco superiore al 4%, fino al record di lunedì scorso a 6,3198) sia le aspettative di ulteriori avanzate.

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