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Nel Recovery da 221,5 miliardi cinque riforme per la crescita

È pronto il Recovery plan di Draghi da 221,5 miliardi, con cinque riforme, la scommessa sull’energia verde, a cominciare dall’idrogeno, e la spinta alla digitalizzazione del Paese. Ai 191,5 miliardi di fondi europei che andranno impegnati entro il 2026 si aggiungono 30 miliardi del fondo complementare nazionale che serviranno a finanziare opere infrastrutturali che potranno essere realizzate anche oltre i sei anni previsti dal Next Generation Eu.
Per effetto del Piano – secondo le stime del ministero dell’Economia la crescita del Pil nazionale sarà maggiore dell’1,4% rispetto allo scenario a politiche invariate nella media del periodo 2022-2026, ma nel 2026 l’aumento del Pil sarà superiore di oltre il 3% rispetto allo scenario di base. Due gli obiettivi principali del piano-Draghi: riparare i danni economici e sociali provocati dalla pandemia; riportare il Paese alla crescita del Pil, la stessa che nella strategia dell’ex banchiere centrale sarà necessaria per ripagare l’enorme debito pubblico che stiamo accumulando per fronteggiare l’emergenza, così da evitare la prospettiva delle tradizionali manovre correttive.
Cinque le riforme previste: pubblica amministrazione, giustizia, fisco, semplificazione normativa e concorrenza. I progetti del piano, in tutto oltre 300 pagine, sono suddivisi in 16 componenti, raggruppate a loro volta in sei missioni: digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; “rivoluzione” verde e transizione ecologica; infrastrutture per la mobilità sostenibile dove c’è anche lo sviluppo dell’alta velocità ferroviaria; istruzione e ricerca; inclusione e coesione sociale; salute. La crescita dell’economia dovrà servire, in particolare, a ridurre le diseguaglianze Nord-Sud (il 40% dei fondi andrà al Mezzogiorno), a favorire l’occupazione delle donne e quella dei giovani.
Oggi ci sarà un vertice con Draghi e i ministri tecnici più interessati al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), domani arriverà il via libera da parte del Consiglio dei ministri. Lunedì e martedì prossimi Draghi lo illustrerà al Parlamento e poi, il 30 aprile, sarà inviato alla Commissione di Bruxelles. Se otterrà il primo via libera, entro l’estate ci sarà l’anticipo di 27 miliardi di euro da investire, il resto arriverà in erogazioni successive che dipenderanno dall’effettiva realizzazione dei progetti fino al 2026.
Tra oggi e domani il ministro dell’Economia, Daniele Franco, definirà gli stanziamenti destinati alle diverse aree di intervento, fermo restando che la quota maggiore, il 30 per cento dei fondi (circa 67 miliardi di euro), andrà ai progetti finalizzati a realizzare la transizione ecologica. Mancano ancora alcuni dettagli (soprattutto politici) sulla governance del Pnrr, ma è confermato che sarà affidato al ministero dell’Economia il compito di monitorare l’andamento della spesa e l’attuazione degli investimenti e delle riforme. Resta invece aperta la composizione dell’organismo (farà comunque capo a Palazzo Chigi) che eserciterà la supervisione politica sul Piano. A parte i ministri tecnici, i partiti di maggioranza chiedono una presenza, almeno a rotazione, anche dei “loro” ministri in base ai temi che verranno via via esaminati. Governance e riforma della Pa saranno approvati a maggio con due decreti legge.
Se la riforma del fisco, insistentemente chiesta da Bruxelles, sarà agganciata alla prossima legge di Bilancio, quella della pubblica amministrazione sarà, dunque, la prima ad entrare in vigore. D’altra parte senza una struttura burocratica efficiente e digitalizzata i progetti previsti dal Pnrr rischiano di non andare molto lontano. La riforma è stata impostata proprio guardando alla realizzazione del piano: nuove regole per le assunzioni, snellimento delle procedure, rafforzamento delle competenze dei dipendenti, digitalizzazione. Su questa parte sta lavorando il ministro per la Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, mentre la parte sulla semplificazione normativa è gestita dal pool di Palazzo Chigi coordinato dal consigliere di Draghi Marco D’Alberti. Stesso discorso per il capitolo sulla concorrenza (qui verranno recepite molte delle indicazioni dell’Antitrust), mentre la ministra Marta Cartabia lavora sulla riforma della giustizia con l’obiettivo di accelerare i processi agendo in particolare sul funzionamento degli uffici.
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