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«Nel piano-Poste crescita dell’utile»

La quotazione in Borsa di Poste italiane è «un passaggio necessario per garantire la sostenibilità di lungo termine a questa azienda, che è un pezzo dell’Italia». Nel giorno dell’avvio dell’offerta pubblica di vendita delle azioni del gruppo dei recapiti, l’ad Francesco Caio dipinge un affresco dell’azienda che guida diversa da quella dell’immaginario collettivo. «Ci presentiamo come un’infrastruttura di servizi a copertura nazionale, come una grande utility che opera nei servizi per i cittadini – ha chiosato l’ad sintetizzando la nuova strategia -. con una caratteristica di robustezza economica e finanziaria perché siamo già oggi profittevoli, e con un piano industriale che punta a una significativa crescita degli utili. Questo è il metro con cui saremo misurati nei prossimi mesi e anni».
Il gruppo dei recapiti è un giro di boa. «Il 2014 è stato un anno di transizione e di minima per i risultati del gruppo. Già nel primo semestre del 2015 è visibile il trend di miglioramento» assicura Luigi Ferraris, cfo di Poste Italiane, descrivendo il guado che sta attraversando Poste Italiane. «Ci presentiamo al mercato fornendo solo dati storici, non abbiamo dato numeri sul futuro – ribadisce Caio -. Per avere un’idea del possibile dividendo non prendete a riferimento il risultato del 2014». Esercizio che aveva chiuso con un utile netto di 222 milioni, contro 1 miliardo di fine 2013.
La società ha promesso al mercato un pay-out dell’80 per cento per i prossimi due anni. «Nel 2014 abbiamo generato un flusso di cassa di oltre 1 miliardo; al netto di 428 milioni di investimenti la cassa operativa è pari a 623 milioni, che sono a disposizione degli azionisti per il pagamento del dividendo. Un pay-out dell’80% è di assoluto rispetto – ha aggiunto Ferraris – superiore rispetto alla media dei competitors internazionali». Il consensus degli analisti del consorzio di banche che cura il collocamento ritiene credibile un risultato netto attorno a 550 milioni per il 2015 e per il 2016. Anni che saranno caratterizzati «dal processo di trasformazione dell’azienda, mentre la crescita vera e propria è spostata negli anni seguenti», ha spiegato l’ad. Se questi valori fossero confermati nella realtà, assumendo un prezzo di vendita delle azioni di Poste a 7 euro (tra 6 e 7,5 euro la forchetta di prezzo) il dividend yield – ovvero il rendimento – sarebbe poco inferiore del 5%.
Caio ha poi confermato che tra due anni la dividend policy verrà ridefinita, facendo evidentemente affidamento anche sul fatto che la fase di crescita possa aumentare il montante degli utili (e magarianche il valore delle azioni) e quindi consenta di ridurre il pay-out. Valuteremo la nuova politica «anche in funzione delle opportunità di investimento che avremo», ha spiegato il manager. «È una politica limitata nel tempo – ha sottolineato – perchè abbiamo un piano industriale che cambia natura nel tempo. C’è la prudenza di dare appuntamento al mercato per vedere se e come questa politica potrà cambiare».
A proposito delle stime di evoluzione delle principali voci del conto economico di Poste per i prossimi 5 anni e su cui il management mantiene il riserbo, va registrato come il prospetto informativo prenda le distanze rispetto al piano presentato nel dicembre 2014, che indicava nel 2020 ricavi «oltre 30 miliardi» e la raccolta superiore a «500 miliardi». Il prospetto ammette per la prima volta ufficialmente (sinora solo IlSole24ore ne aveva dato notizia) che lo scorso 15 maggio il cda ha approvato un nuovo piano industriale 2015-2019 «per tenere conto di alcune nuove iniziative strategiche decise dal management e per aggiornare talune assunzioni utilizzate per lo stesso. Il precedente piano industriale deve pertanto considerarsi superato».
In effetti, se nel primo semestre 2015 i ricavi hanno già raggiunto 16 miliardi, pensare che tra 5 anni siano a un livello più basso è indice di un approccio forse eccessivamente prudente, anche ammettendo che vengano cedute partecipazioni. E ancora:?se la raccolta a fine 2014 era pari a 430 miliardi e a fine giugno 2015 era già a 469 miliardi, pensare che nel 2020 sia ancora ferma a 500 miliardi è irrealistico. L’Ipo di Poste Italiane è una «privatizzazione storica», ha detto il capo della segreteria del ministero per l’Economia, Fabrizio Pagani, e non serve soltanto «per reperire risorse per ridurre il debito. L’accesso al mercato dei capitali è un segnale importante perchè attraverso la Borsa la società si modernizza. Se credete nella ripresa italiana dovete credere anche in Poste».

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