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«Nel Paese in questo momento non esiste il credit crunch»

«Il credit crunch lo vedo solo dopo che c’è stato. È evidente che se aumenta lo spread o se si stabilizza a 300 punti base, questo non rappresenta un incentivo. Ma un evento di credit crunch in questo momento in Italia non c’è e non lo auspico». Antonio Patuelli, presidente dell’Abi viene sollecitato a più riprese dai giornalisti, in occasione del seminario annuale organizzato dall’associazione a Ravenna, a esprimersi su una prospettiva di irrigidimento del credito bancario dopo 6 mesi di spread ben sopra i livelli pre-crisi. L’aumento del costo del credito, sia alle famiglie che alle Pmi, è ormai nei fatti e viene fotografato dai bollettini della Banca d’Italia e della stessa associazione bancaria a partire da questo mese (già domani con il rapporto mensile Abi). L’associazione, però, preferisce continuare a guardare i progressi fatti dal sistema, soprattutto negli ultimi due anni, da quando «l’Italia è tornata a crescere». I numeri sono quelli messi nero su bianco dal vice direttore generale Gianfranco Torriero quando ricorda che le sofferenze nette a settembre sono scese a quota 39,8 miliardi (contro il picco di 88 miliardi ne novembre 2015) con cessioni record di Npl nel 2017 per 75 miliardi aiutate dalle Gacs (24 miliardi a giugno 2018) e con un andamento del Npl ratio (rapporto sul totale dei crediti) atteso sotto il 10% nel 2019, ben al di sotto rispetto alle previsioni di due anni fa. La formazione di nuovi crediti deteriorati rallenta (il rapporto sugli impieghi per il finanziamento alle imprese è al 2,2%, sotto i livelli del 2006), mentre i prestiti continuano a crescere. Il settore, però, presenta margini rispetto al business tradizionale ai minimi storici. Lo spread, che pesa sul patrimonio delle banche (erodendo i ratio patrimoniali) per 35 punti base ogni 100 punti di incremento, rischia di portare il lavoro sin qui fatto – anche rispetto alle nuove sfide del fintech e dei pagamenti digitali – in un pericoloso avvitamento. Patuelli lancia un monito rispetto agli impegni che il governo dovrebbe assumente in questi giorni con Bruxelles. «Credo alle privatizzazioni come via per la riduzione del debito pubblico – ha detto-. Purtroppo l’esperienza che abbiamo alle spalle di privatizzazioni avvenute in maniera sussultoria ha vanificato gran parte di quel gettito destinato alla riduzione debito pubblico. Se si privatizza a fronte di una maggiore spesa corrente non si risolve».
Il direttore generale, Giovanni Sabatini, si è soffermato sulle sfide che si troverà il nuovo governo dell’Europa il prossimo anno. Tra queste c’è sicuramente il completamento dell’Unione bancaria, sul quale è tornato a insistere nei giorni scorsi anche il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. A questo proposito Sabatini ha riferito del percorso alternativo che sta prendendo piede a Bruxelles (e sul quale a suo avviso sono d’accordo anche i parlamentari tedeschi) rispetto all’idea iniziale per il terzo pilastro, e cioè l’assicurazione europea dei depositi. Un’idea sulla quale è difficile coagulare il consenso, anche perché i paesi del Nord ritengono che ci siano banche di alcuni paesi ancora troppo esposte ai rischi, soprattutto verso i titoli di debito sovrano. L’Italia è certo in testa questa classifica e lo spread alto non aiuta. Restare fermi su un dibattito sterile, però, non aiuta l’Europa stessa a proteggersi dai rischi esterni. Ecco allora prendere corpo l’ipotesi di un network di Dgs nazionali (fondi obbligatori interbancari per la tutela dei depositi), assistiti da accordi di rifinanziamento e di assicurazione europei, che fornisca liquidità con prestiti obbligatori. Il Dgs nazionale, in sostanza, funziona fino a esaurimento poi subentra il supporto del network europeo. «Il vicepresidente della commissione Econ del parlamento Ue, Peter Simon, ha presentato una nuova proposta in questo senso ha detto il dg -. Esiste già una direttiva che armonizza il funzionamento dei sistemi di garanzia nazionali, ma non è stata implementata da molti Stati». La proposta prevede di partire da questa direttiva e introdurre degli accordi di rifinanziamento per rendere la liquidità immediatamente disponibile (7 giorni per i depositi entro i 100 mila euro). E ancora: è previsto un sistema di quote, per cui una parte dei fondi destinata dalle banche ai Dgs sono gestiti a livello nazionale e altre quote sono gestite a livello europeo. Resta aperto, ha evidenziato il dg dell’Abi, il tema «delle crisi delle piccole banche», la cui soluzione sfugge alla normativa europea e si perde nei meandri delle diverse normative nazionali in tema di diritto fallimentare. «Sarebbe importante che la Dg Competiton ritirasse la comunicazione del 2013 che ha bloccato l’uso dei Dgs per gli interventi precauzionali a favore delle banche in difficoltà, perché considerati aiuti di Stato. Ci sono rumors e segnali a Bruxelles che si stia andando in questa direzione». Quanto alla vicenda Carige, il presidente Pautelli ha osservato come per la prima volta dopo anni «il nostro intervento non sarà a fondo perduto, ma è un prestito che sarà restituito. Non è un intervento di sistema, ma uno schema volontario. Auspico che Carige che abbia successo nell’aumento e confido nel fatto che ci riprenderemo i soldi».

Laura Serafini

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