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“Nel mondo alla rovescia i re delle fake news sono alla Casa Bianca”

Dall’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti sono passati quasi cinque mesi, ma Salman Rushdie è furioso e incredulo come il primo giorno. Come la stragrande maggioranza dei cittadini di New York, fatica ancora a mettere insieme due parole: presidente e Trump. Non è un caso che sabato, nelle due ore di dibattito con il pubblico nei saloni della Public library sulla Quinta strada, non lo abbia fatto mai: come nel faccia a faccia con Repubblica che ha preceduto l’incontro.
Signor Rushdie, un anno fa lei scherzava apertamente sulla prima presidente donna degli Stati Uniti. Cosa è successo da allora?
«Che il mondo si è rovesciato: va al contrario. Un anno fa le fake news (notizie false, ndr) erano qualcosa che circolava su Internet, di solito su siti poco affidabili: e invece hanno avuto un impatto inatteso sulle elezioni. Prendendo di mira per esempio gli elettori di Bernie Sanders, con il preciso scopo di allontanarli da Hillary Clinton: cosa che ha funzionato bene, direi.
Ora le persone responsabili della maggioranza delle bugie che abbiamo ascoltato in questi mesi sono alla Casa Bianca e accusano i media di produrre fake news. Un cambiamento notevole».
Quindi Lei concorda con quelli che dicono che la verità oggi negli Stati Uniti è sopravvalutata?
«Io dico che è in corso un attacco alla verità e che questo dovrebbe farci paura. Quelli che, come me, hanno sempre creduto in una verità oggettiva, neutrale, oggi sono nei guai. Le faccio un esempio: la gente dovrebbe sapere che se dice che la terra è piatta non significa che lo sia. Che non c’è bisogno che uno sostenga che la terra è rotonda perché lo sia: la terra è rotonda e basta, lo dice la scienza. Oggi questa certezza è stata erosa. La verità è condizionata dai pregiudizi. E per questo è in pericolo».
C’è chi dice che la responsabilità di questo passaggio sia anche dei media e degli intellettuali: nessun ha capito quello che stava accadendo. È d’accordo?
«Sono d’accordo nel dire che non ci aspettavamo questo. La sera dell’8 novembre ero al New York Times e posso assicurarle che nessuno, dal direttore in giù, aveva capito. A tre ore dalla vittoria di Trump si stava discutendo di Hillary presidente e del titolo da fare sul giornale del giorno dopo: posso rivelarle che sarebbe stato Madame President. È straordinario che a distanza così ravvicinata da un evento, nessuno di noi lo avesse visto arrivare».
E quindi? Qual è la conseguenza di questo ragionamento?
«La cosa che continua a girarmi in testa è che l’8 novembre il 45.6% degli elettori registrati non si è presentato. La maggioranza a favore di Trump nei quattro Stati del Nord che ha vinto a sorpresa è stata minima, e minore dei voti raccolti dai candidati secondari. Quindi se la gente fosse andata alle urne il risultato sarebbe stato diverso: dobbiamo trovare il modo di convincere le persone a mobilitarsi. I ragazzi che per due volte hanno eletto Obama sono rimasti a casa: serve un leader in grado di smuoverli, di far capire che i politici non sono tutti uguali. E c’è un altro fattore che vorrei sottolineare: non abbiamo capito l’odio irrazionale verso Hillary Clinton, il fatto che molte persone non volessero una donna presidente e ancor di più non volessero lei».
All’orizzonte non si vede nessuno che corrisponde al profilo che Lei traccia: o sbaglio?
«È troppo presto. È tutto appena successo e da allora viviamo in una situazione di crisi permanente. Ogni cosa sembra essersi fermata a novembre, compresa la riflessione politica. Mi creda, a me piace molto Joe Biden, ma non vorrei vederlo correre».
Questo vale anche per i media? L’impressione è che lo sforzo di comprendere chi sono gli elettori di Trump e cosa li abbia mossi sia minimo.
«Non credo che questo sforzo sia necessario. In questa situazione i media devono dire la verità e basta: anche a costo di essere considerati opposizione per questo. Non sono dell’idea che sia necessario capire questa gente o far la pace con loro».
Un confronto ideologico con Stephen Bannon non le interesserebbe?
«Parliamo di razzisti e bigotti: non credo che dobbiamo andargli incontro. Obama ha vinto due volte avendo dalla sua solo il 39% degli uomini bianchi: dobbiamo rinvigorire quella maggioranza. Se ci riusciremo, fare la pace con i bigotti e chi li ha votati non sarà importante. Non ci serve tendere la mano a Marine Le Pen, dobbiamo sconfiggerla. E spero che l’Europa lo capisca, perché l’avanzata del populismo non è solo una questione americana».
Che futuro vede per gli Stati Uniti?
«Difficile da dire. Nessuno può sapere come si svilupperà l’indagine sulle ingerenze russe. Potrebbe essere solo fumo: per ora non abbiamo trovato il fuoco necessario per far implodere la situazione. Ma se tutto resterà come è adesso avremo davanti a noi quattro anni di terribili battaglie ».

Francesca Caferri

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