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«Nel mirino un’altra grande acquisizione»

Da campione nazionale a campione mondiale. Salini-Impregilo punta a quota 7 miliardi di ricavi. Ma il traguardo è 10. Quella è la stazza minima per essere avere una posizione di forza in Europa ed essere un colosso internazionale.
Nelle sale barocche con stucchi e gigantografie in bianco e nero di lavori (unica concessione alla modernità) di un palazzo del centro, «un pezzo di Roma a Milano», il costruttore romano Pietro Salini accarezza un’idea: un’«Impregilo-Bis». Un’altra grande acquisizione. Nel giorno del primo bilancio a intera gestione Salini, e del piano industriale fino al 2017 (si veda altro articolo in pagina), il patron del gruppo romano alza ancora più in alto l’asticella. Appena due anni e mezzo fa la Salini Costruzioni iniziava a rastrellare titoli Impregilo, ancora dodici mesi fa era in piena Opa per prendere il controllo definitivo del colosso milanese. Il tempo sembra dilatarsi: in 30 mesi una scalata a debito, una fusione, lo sbarco in Borsa, lo snellimento del gruppo, ora un costruttore puro. E Salini già pensa a un nuovo «big deal».
Promettete di arrivare alla soglia dei 7 miliardi di ricavi nel 2017. Non è poco. Significa raddoppiare il giro d’affari
Può sembrare un obiettivo troppo ambizioso o difficile, ma non lo è. Perchè più della metà di quel fatturato è in già in casa. Il 60% del totale dei ricavi previsti dal piano derivano da commesse che già abbiamo: 29 miliardi di backlog (opere acquisite da realizzare) e abbiamo raccolto 8,6 miliardi di nuove opere nel 2013
Dove andrete a prendere quel 40% che manca invece?
Il calcolo è così fatto: normalmente la dimensione media degli appalti che prendiamo è di 500 milioni. Nei prossimi 4 anni andranno in asta 500 miliardi di opere nel settore di mercato di nostro interesse. Puntiamo a vincerne un 5%: sarebbero 25 miliardi di lavori
In quali paesi?
Non in Italia. In cima alla lista c’è il Medio Oriente. Poi Australia e Oceania, Africa (che conterà per un quarto dei ricavi complessivi) e infine gli Stati Uniti. Ridurremo, invece la nostra presenza in America Latina. È un piano che si basa solo sulla crescita organica
Sconta la maxi-fusione con Impregilo: vi concentrerete a metabolizzare il boccone che è stato grosso…
No, affatto. Noi vogliamo crescere ancora. E fare un’altra operazione Impregilo
Davvero? Non ha fatto in tempo a chiudere la scalata che già ne ha in mente un’altra? Sarebbero altri debiti…
Già a fine anno saremo a pareggio come posizione finanziaria netta. E dal 2017 avremo 500 milioni di liquidità
Ma vi indebitereste nuovamente. E avete già un bond in circolazione, generoso per col mercato (rende il 6%), ma costoso per voi…
Abbiamo una buona distribuzione del debito. Zero esposizione a breve. Il bond è stato fatto l’anno scorso alle condizioni di mercato di allora. Siamo interessati a cogliere le migliori condizioni che ci sono oggi
Vuol dire un altro bond?
Sì. Potremmo farlo. E nel frattempo faremo ulteriore pulizia e cassa cedendo i residui asset non strategici, come la concessione Ruta del Sol in Colombia
A proposito di dismissioni, come mai la vendita di Todini? Una scelta spiazzante…
È stata un’operazione utile ed è un’azienda che ha un futuro industriale in segmenti diversi da quelli che ora consideriamo strategici. Ci ha fatto imparare a creare aziende più grandi di noi
Ma torniamo alla notizia: chi potrebbe essere la vostra preda? Forse Astaldi, da sempre eterna promessa sposa?
No, non ci interessa l’Italia. Ma presidiare nuovi mercati
Archiviato l’incidente Panama, ritornate alla vostra road map: aumentare il flottante…
Arriveremo a circa un 25% di flottante. In due modi: con un aumento di capitale e un private placement (collocamento di titoli a singoli investitori istituzionali, Ndr). Vogliamo costruire un assetto azionario stabile di lungo termine. La prossima settimana partirà un road show a Londra, New York e Boston per presentarci al mercato
Perché dovrebbero lasciarsi convincere?
Chi ha investito con noi, ha sempre guadagnato
L’anno scorso c’è stato il famoso jumbo dividend. Difficile abituare bene il mercato…
La nostra politica futura di dividendi è distribuire ogni anno un 20% degli utili. Una percentuale che ci permette di remunerare il mercato ma anche di incamerare risorse per autofinanziare lo sviluppo dei prossimi anni. Compreso un eventuale nuovo «colpo» sul mercato
Nel 2017 avrà raddoppiato i ricavi. Dove vuole arrivare?
Ci vogliono grandi dimensioni: non è un’ossessione. Bisogna arrivare a un gruppo da 10 miliardi dopo il 2017 per essere efficienti e competitivi.

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