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Nel mirino l’«output gap», un numero misterioso e volatile

Il conto alla rovescia è già iniziato: tra una settimana esatta – il 24 novembre – la Commissione Ue pubblicherà la “pagella” sulla legge di Stabilità italiana e sui budget degli altri Paesi europei per il 2015. Un giudizio complessivo e alcune raccomandazioni, con il rischio di manovre correttive per alcune capitali, che passeranno poi al vaglio del Consiglio Ecofin per l’approvazione definitiva. Ma come vengono calcolati gli sforzi aggiuntivi richiesti?
La vera partita si sta giocando proprio in questi giorni dietro le quinte e ruota attorno a una parola magica: output gap. Letteralmente significa «divario di Pil» ed è una formula matematica per calcolare la differenza tra la crescita potenziale e quella effettivamente realizzata. Un indicatore chiave che viene utilizzato per comprendere la porzione di deficit dovuta alla difficile congiuntura e quella invece strutturale. Proprio quest’ultima è diventata la stella polare per valutare la traiettoria di medio periodo delle politiche di bilancio degli Stati europei, in virtù del Patto di stabilità e di crescita e del fiscal compact. Così più piccolo è l’output gap, più bassa è la componente ciclica che si può sottrarre dal bilancio pubblico. E dunque maggiori saranno gli sforzi richiesti ai Paesi europei. «Un calcolo tecnico, seppure con regole uguali per tutti a livello Ue – spiegano Petya Garalova e Carlo Milani, economisti del Centro Europa Ricerche – diventa così un elemento cruciale in grado di influenzare l’agenda di politica economica dei governi».
Nelle Previsioni economiche d’autunno diffuse all’inizio di novembre Bruxelles stima per l’Italia un output gap a quota -4,5% per il 2014 e a -3,4% per il 2015. Per la Spagna la previsione è -6% per quest’anno e -4,1% per il prossimo, mentre è più contenuto il divario per la Francia: -2,3 e -2,5 rispettivamente. Secondo gli addetti ai lavori queste cifre non sono però attendibili, perché la fase prolungata di crisi dovuta a un calo della domanda aggregata di dimensioni inaudite ha mandato in tilt un modello di calcolo consolidato, oggi non più in grado di fotografare la realtà.
Nelle ultime settimane l’output gap è finito sul banco degli imputati. «Mentre il livello del Pil effettivo – sottolinea Fedele De Novellis, economista senior di Ref Ricerche – è un dato che si può misurare, il Pil potenziale non è osservabile e viene quindi stimato, ma è soggetto a una forte incertezza in una fase di forte instabilità. È paradossale che si fondino scelte di politica economica così determinanti su un indicatore di questo tipo». Uno dei capi di imputazione riguarda il Nawru, ingrediente fondamentale dell’output gap che misura il tasso di disoccupazione strutturale o di equilibrio tale da non generare pressioni inflazionistiche (si veda Il Sole 24 Ore del 21 ottobre).
Secondo autorevoli economisti l’output gap diventa così una misura fantasma, frutto di un calcolo esoterico che sottostima il Pil potenziale e implica dunque disavanzi strutturali troppo elevati, richiedendo uno sforzo di bilancio eccessivo. «Il metodo che viene utilizzato in sede europea e dalle altre organizzazioni internazionali – affermano gli economisti del Cer – è estremamente complesso. Le stime sull’output gap sono inoltre soggette a continue revisioni, anche a posteriori».
Lo dimostrano le elaborazioni del Cer sui dati della Commissione Ue. Nella primavera 2010, per esempio, l’output gap italiano di quell’anno veniva stimato a -3,4%, poi rivisto al -2,6% in autunno e a -2,5% nella primavera del 2012. Anche la stima sul 2013 è stata più volte ritoccata. Nella primavera del 2012 si prevedeva a quota -2,3%, è diventata -3,4% nell’autunno dello stesso anno e oggi viene stimata a -4,2 per cento. Non solo: la quantificazione dell’output gap è diversa tra le varie organizzazioni internazionali. La scorsa primavera, mentre Bruxelles stimava per l’Italia un divario del -3,6% nel 2014, l’Ocse prevedeva -5,1 per cento.
La questione è stata sollevata anche nella Nota di aggiornamento del Def 2015 sotto esame da parte della Commissione Ue. In un capitolo all’interno dell’appendice metodologica si legge infatti che «la previsione del potenziale del modello concordato in sede Ue va considerata con estrema cautela» e «una riduzione del potenziale potrebbe discendere da una sovrastima negli anni precedenti alla crisi finanziaria e dalle conseguenze della stessa».
Come uscire dall’impasse? Secondo gli addetti ai lavori le strade sono due: avviare un difficile e lungo confronto all’interno dell’Output gap working group, il gruppo di lavoro costituito nel 2001 per migliorare la stima del Pil potenziale, oppure interpretare le regole in modo più flessibile, mettendo sul piatto della bilancia anche gli sforzi compiuti dai governi in termini di riforme strutturali, tenuto conto del periodo prolungato di crisi e dello spettro della deflazione.
In attesa del verdetto di Bruxelles tra una settimana, la questione anima i corridoi di Fmi e Ocse, che tra l’altro diffonderà le nuove stime sull’output gap il 25 novembre. E le prossime previsioni dell’organizzazione di Washington di primavera conterranno alcune riflessoni in merito. La disputa continua.

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