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Nel derby Nagel-Del Vecchio i soci Generali pronti a mediare

MILANO — La partita su Mediobanca increspa le acque di Trieste, sede delle Generali che da sempre hanno nella banca d’affari milanese il perno. Ma dove c’è ormai un pugno di azionisti privati altrettanto forti, che per ora sembrano, cauti, alla finestra tra i due antagonisti.
Per ora, ed entro fine luglio, si attende il nulla osta Bce a che Delfin salga dal 9,9% fino al 19,9% nel “salotto buono” della finanza, e la successiva acquisizione di titoli sul mercato (qualche pacchetto potrebbe essere già opzionato, per evitare di pagare il sovrapprezzo della Borsa, dove Mediobanca è salita un 2,16% anche ieri, e Generali un 3,03%). I dossier, di loro, sarebbero separati: ma non è mistero che Leonardo Del Vecchio abbia mire ambiziose, già espresse, sul marchio delle polizze, di cui è pure il terzo azionista con un 4,85%, dietro a Caltagirone (5,1%) e a Mediobanca (12,7%). Quel che l’imprenditore vorrebbe è riportare gli orologi a 20 anni fa, quando Generali era la prima compagnia europea, rivaleggiando con Allianz, Axa, Zurich che ora la surclassano per capitalizzazione. Del Vecchio imputa l’indebolimento di Generali anche al socio Mediobanca, che avrebbe avallato strategie più lente e non l’avrebbe dotata di capitali adeguati.
È noto, dopo un anno di duello, che in Piazzetta Cuccia abbiano altre letture: tra cui quella di ravvisare un conflitto di interessi nell’ipotesi che il blitz di Delfin nella banca serva anche a metter pressione nella comune partecipata assicurativa. «Perché tale strategia possa essere positiva per il business di Mediobanca ci è oscuro », ha scritto ieri a riguardo uno studio di Bofa, pur confermando il giudizio “comprare” su Mediobanca. L’ad Alberto Nagel ha perseguito, e contribuito a realizzare in un decennio, la modernizzazione del governo di Generali, culminata nell’assemblea di aprile nell’introduzione della “lista del cda”, per cui dal 2022 gli amministratori a Trieste li sceglierà il consiglio uscente: non più la “lista di Mediobanca”, che per anni ha fatto e disfatto i giochi anche all’ultima ora. Un pungolo non piccolo, a riguardo, è venuto anche dagli azionisti privati: proprio Del Vecchio, Caltagirone, Benetton, che negli ultimi anni hanno arrotondato le loro quote fino a superare, insieme, il primo azionista. Caltagirone, che più di tutti si è dedicato all’investimento e a gestirlo (da due mandati è vice presidente vicario) da tempo fa sapere che comprare azioni in Mediobanca non gli interessa: tiene invece molto alla concordia tra i soci triestini, alla loro equa rappresentanza e alla collaborazione a far “correre” il manager guidati da Philippe Donnet, cui tocca ravvivare redditività e blasone. Quanto ai Benetton, la complessa gestione del caso Autostrade col governo li rende poco inclini a scorribande; anche perché di Mediobanca sono clienti e azionisti, al 2%.
I più ritengono che, se una trattativa sia possibile tra la Mediobanca di Nagel e quella di Delfin, l’oggetto possa e debba essere triestino: e che, nel caso, per ruolo ed esperienza Caltagirone potrebbero fungere da mediatore.
A oggi, però, ci sono contatti tra i soci, ma nessuno in vista tra i due antagonisti. Mediobanca ripete ormai da anni che perderà peso in Generali quando troverà investimenti nelle gestioni patrimoniali che replichino i rendimenti del Leone (sul 15% l’anno). La pandemia in più complica le cose: ha riportato le Generali a 13,28 euro, 2,6 euro sotto al valore di carico di Mediobanca, e ha eroso i rendimenti di tutte le “prede”.
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