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Nel Def scostamento a 40 miliardi Per il Recovery fondo parallelo da 30

Il Def arriva domani in Consiglio dei ministri con una previsione di scostamento ulteriore per il 2021 di 40 miliardi e un nuovo fondo aggiuntivo per i progetti del Recovery di 30 miliardi, finanziato in deficit nell’arco di durata dell’intero piano 2021-26.

Numeri e tempi sono al centro delle ultime, frenetiche riunioni su un pacchetto di finanza pubblica reso più complicato del solito dall’inedito intreccio di maxiscostamento anticrisi, Recovery e Documento di economia e finanza, e che in extremis potrebbe slittare di qualche ora. Ma il quadro è definito. Il nuovo giro di deficit per finanziare il decreto «sostegni bis», che sarà intitolato alle «imprese», è salito rapidamente rispetto alle prime stime e si attesta ora intorno ai 40 miliardi su quest’anno. Soglia che potrebbe essere superata per l’intervento della quota 2021 dello scostamento pluriennale a cui Palazzo Chigi e ministero dell’Economia lavorano per recuperare i circa 30 miliardi di progetti che superano i 191,6 messi a disposizione dal Recovery, e contemporaneamente rischiano di non ottenere il via libera di commissione e Consiglio europeo. Ma la spinta arriva prima di tutto dall’esigenza di irrobustire il pacchetto degli aiuti a un’economia percorsa da tensioni sociali crescenti per il lungo stop pandemico, come confermano le manifestazioni che si sono tenute anche ieri.

Il fondo nazionale parallelo al Recovery Fund, alimentato in deficit spalmati su sei anni, per una media di 5 miliardi annui, servirà a finanziare i progetti eccedenti rispetto ai 191, 6 miliardi (fra contributi a fondo perduto e prestiti) che saranno messi a disposizione dall’Unione europea. È ancora in discussione se l’intervento partirà dal 2022 o, più probabilmente, già da quest’anno.

Nei giorni scorsi è stato il Ragionere generale, Biagio Mazzotta, a rivelare che ci sono ancora proposte dei ministeri per il Recovery Plan eccedenti per circa 30 miliardi rispetto alle risorse Ue. Gran parte riguardano le due missioni principali del Piano, la transizione ecologica e quella digitale, quelle su cui saremo giudicati da Bruxelles. Anche per questo la scelta del ministro Franco è di non scartarli finanziandoli con risorse nazionali.

Nel Def ci sarà un elenco dei progetti che saranno finanziati con questo «fondone». In particolare dovrebbe trattarsi di quelli che potrebbero non essere conclusi entro il 2026 o che sono a rischio di approvazione da parte della commissione Ue. Potrebbe arrivare da qui una parte del finanziamento al Superbonus che nel nuovo Pnrr dovrebbe essere presente con due voci: la proroga dell’agevolazione al 2023 e l’estensione agli alberghi e ad altre strutture ricettive turistiche finora escluse.

Anche una parte delle infrastrutture per la mobilità sostenibile dovrebbe essere finanziata con il fondo nazionale. In particolare ferrovie locali concesse. A fronte di investimenti per oltre 27 miliardi in capo a Rfi, che sarà uno dei perni attuativi del piano e per questo sarà potenziata con assunzioni, si ritiene che le ferrovie in concessione possano sforare sui tempi e si è preferito quindi mandarle sul binario secondario. Al contrario, il potenziamento delle strade provinciali interne, di collegamento con la rete Av, dovrebbero entrare nel Pnrr: il ministro Giovannini ha ottenuto infatti da Bruxelles il via libera al piano.

Il Def confermerà anche la volontà del governo di varare, insieme al Pnrr, due decreti legge, uno per la semplificazione delle procedure e uno per la governance del Piano. Nelle ultime ore è cresciuta l’ipotesi che un compito di coordinamento nella programmazione, nel vaglio e nell’approvazione dei progetti possa andare al Cipe, senza creare un’ulteriore cabina di regia interministeriale a Palazzo Chigi. Nel comitato siedono già tutti i ministeri interessati e i presidenti di regione quando i progetti sono locali.

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