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Nel decreto voucher comunicazioni online e via alla tracciabilità

La prossima settimana il governo approverà il decreto per la tracciabilità dei voucher, ma perché sia operativo serviranno almeno altri due mesi. «Entro dieci giorni — ha detto ieri il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti — porteremo in Consiglio dei ministri il decreto». Sarà un decreto legislativo (la bozza è già pronta), correttivo del Jobs act. L’iter prevede l’esame da parte del Parlamento le cui commissioni Lavoro potranno esprimere pareri non vincolanti per il governo che poi varerà il testo in via definitiva. Un paio di mesi è il minimo indispensabile, ma molto dipenderà dalla volontà politica di arrivare all’approvazione.
Dopo l’esplosione anomala del ricorso ai buoni lavoro (1,4 milioni circa le persone coinvolte nell’ultimo anno con una crescita del 66% rispetto al 2014 dei voucher venduti) l’esecutivo ha deciso di correre ai ripari: i voucher, diversamente da adesso, saranno tracciabili. Cambieranno le modalità di comunicazione da parte del committente dell’utilizzo di un lavoratore retribuito con un ticket. Attualmente un datore di lavoro che intenda pagare con i buoni alcune prestazioni lavorative deve accreditarsi presso l’Inps, altrettanto deve fare il lavoratore. Segue l’acquisto dei voucher (per via telematica, oppure presso l’Inps, le Poste o i tabaccai). Il datore di lavoro comunica poi all’Inps i lavoratori che impiegherà nell’arco di un determinato periodo per un certo numero di giorni. Insomma una comunicazione preventiva generica che si completa solo successivamente allo svolgimento della prestazione. Questo meccanismo ha consentito che dilagasse l’abuso visto che in molti casi la comunicazione coincide con il giorno in cui gli ispettori del Lavoro controllano la regolarità del rapporto di lavoro. Coincidenza che, purtroppo, riguarda anche gli infortuni subiti dai lavoratori precari: nel 2014, ultimi dati dell’Inail, si sono triplicati rispetto al 2012, anno della liberalizzazione dei voucher senza più limiti di settore. Un sistema che ha permesso l’estensione del lavoro sommerso, quasi una eterogenesi dei fini visto che quando nel 2003 con la legge Biagi si introdusse anche nel nostro ordinamento il buono lavoro, per pagare i “lavoretti”, si pensava proprio di incentivare l’emersione di lavoro nero o grigio.
Il governo ha deciso di mantenere lo strumento dei voucher (la Cgil sta raccogliendo le firme per un referendum abrogativo sui ticket lavoro) ma di correggerne alcune parti, in particolare quella sulla comunicazione. Ha detto ieri Poletti: «Se chiudiamo i voucher domattina, 3-400 mila lavoratori li spediamo subito nel lavoro nero, io invece ne voglio 400 mila in più». Linea che già il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, aveva delineato la scorsa settimana in Parlamento durante un “question time”. Secondo il leader della Cgil, Susanna Camusso, invece, «metteranno solo qualche cerotto».
Per rendere tracciabile il voucher si replicherà lo schema già adottato per ridurre gli abusi nel job on call o lavoro intermittente. Anche in quel caso “la chiamata” del lavoratore coincideva con il controllo da parte degli ispettori. Una volta introdotto l’obbligo (con la legge Fornero del 2012) di comunicare prima il ricorso alla prestazione di un determinato lavoratore — osservano i tecnici del ministero del Lavoro — si è registrata un’impennata del lavoro intermittente che in alcune aree è cresciuto fino al 300%.
Dunque — secondo la bozza del decreto legislativo — il datore di lavoro che utilizzerà un voucherista dovrà comunicare l’inizio della prestazione e i giorni esatti in cui retribuirà il lavoratore con il ticket. Dovrà farlo, come è già successo con il lavoro intermittente, con un sms o con una comunicazione on line all’Inps. Si vedrà poi se sarà sufficiente per arginare la valanga dei voucher, ormai la nuova forma della precarietà estrema.

Roberto Mania

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