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Nei Tar cura dimagrante

Che fine farà la giustizia amministrativa è, al momento, un destino affidato alla slide presentata dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, il 12 marzo nella conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri – “Superare l’attuale sistema di Tar”, vi si leggeva – e alle poche righe contenute nelle due paginette che il Piano nazionale delle riforme del Def riserva all’universo della giustizia.
L’obiettivo dichiarato è la «semplificazione del processo delle realizzazioni delle decisioni prese a livello centrale e locale», nonché «la trasparenza e semplificazione nelle procedure di appalto riducendo ulteriormente i ricorsi al Tar, nel rispetto dei fondamentali parametri costituzionali». Tutto questo per «riconoscere la certezza del diritto necessaria ad attrarre investimenti internazionali e dare finalmente garanzia sul completamento delle opere pubbliche avviate».
Qui ci si ferma e si apre la strada – considerata anche la scarsa decifrabilità di quelle indicazioni – alle ipotesi. Tra le più accreditate c’è l’idea di accorpamento dei Tar: gli attuali 20 tribunali amministrativi, a cui devono essere aggiunte nove sezioni staccate, lascerebbero il posto a tre o poco più super-Tar, dove confluirebbe tutto l’attuale contenzioso di primo grado.
«Un’idea che può avere un senso – commenta Manfredo Atzeni, consigliere di Stato e componente del Consiglio di presidenza, l’organo di autogoverno della magistratura amministrativa – se si guarda alle grandi cause, per le quali non cambia granché se un ricorso viene presentato in una regione piuttosto che in un’altra. Se, invece, si considera il contenzioso più comune, per esempio quello per una concessione edilizia, che coinvolge la maggior parte delle persone, il fatto di doversi spostare in un’altra regione per depositare il ricorso ha il suo peso. Diventa un limite al diritto di ottenere giustizia».
Mentre Consiglio di Stato e Tar si interrogano sul loro futuro, va avanti l’opera straordinaria di smaltimento dell’ingente arretrato, così che davanti alle ipotesi di riforma ci si possa presentare con “i conti” un po’ più in ordine.
Le sezioni stralcio domestiche – perché, a differenza di quelle sperimentate nel civile, sono affidate agli stessi giudici amministrativi e non a personale esterno – sono partite l’autunno scorso e sono state riproposte quest’anno. Nei tre mesi del debutto sono stati coinvolti 355 magistrati – solo di Tar, visto che al Consiglio di Stato non sono stati stanziati tutti i fondi necessari – che in 118 udienze hanno iscritto a ruolo quasi 3mila cause e ne hanno decise poco più di 1.300. Un piccolo contributo all’erosione dei vecchi fascicoli, che a inizio dell’anno erano comunque oltre 290mila.
C’è, tuttavia, da considerare che cinque anni fa l’arretrato oltrepassava quota 650mila cause, segno che il taglio delle pendenze non è tanto affare di sezioni stralcio, ma di buona organizzazione degli uffici: laddove i presidenti dei tribunali hanno predisposto efficaci piani di smaltimento, i risultati non si sono fatti attendere.
Quest’anno con le sezioni stralcio si replica. Hanno dato la disponibilità 17 consiglieri di Stato e 196 magistrati Tar, impegno che viene retribuito con 1.300 euro a udienza. Ogni magistrato può partecipare a un’udienza straordinaria al mese e a un massimo di sei nel corso dell’anno. Deve, però, dimostrare di essere in regola con il deposito delle sentenze “ordinarie”.
È, tuttavia, probabile che la pattuglia dei giudici delle “stralcio” possa crescere. Si assottigliano, infatti, gli incarichi negli uffici di Governo. In questo senso l’intento di Renzi di servirsi di altre professionalità e di far fare ai giudici il loro mestiere, può dirsi per il momento – tranne qualche eccezione – rispettato.
Il “ritorno a casa” dei magistrati pone, però, qualche problema. Soprattutto al Consiglio di Stato, che ora si trova con 27 presidenti di sezione (incarico che alcuni hanno maturato mentre si trovavano fuori ruolo) rispetto ai 18 posti disponibili.
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