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Nei rapporti fra avvocati necessaria la trasparenza

di Alessandro Galimberti

Le tattiche dilatorie nei rapporti tra avvocati sono illecite se caratterizzate da un comportamento non trasparente e reticente, finalizzato solo a ottenere un accordo stragiudiziale. E nel procedimento deontologico il giudice disciplinare di appello (il Consiglio nazionale forense) non è vincolato alla definizione dell'illecito così come disegnato dal codice etico, ma può liberamente ispirarsi a «concetti diffusi e generalmente compresi dalla collettività».
Sono le Sezioni unite civili (sentenza 529/12, depositata il 17 gennaio) a indicare le regole del bon ton nella corrispondenza tra legali, respingendo in toto il ricorso di legittimità di un'avvocato vicentina, censurata dal suo Ordine e poi dal Cnf per una "reticenza" contraria ai doveri di lealtà, correttezza e colleganza.
La professionista era incolpata per aver indotto un «erroneo convincimento» nel collega di controparte, in relazione a libretti al portatore al centro di una controversia ereditaria. In particolare, aveva lasciato intendere che le somme contese fossero nella sua disponibilità, «senza mai smentire la circostanza e giustificando di volta in volta la mancata restituzione con i più svariati argomenti», impedendo così al collega di attivarsi per il recupero. La sintesi dell'atteggiamento, secondo il giudice disciplinare, consisteva in sostanza nella volontà di indurre il collega in errore per ritardare la realizzazione del diritto, guadagnare tempo e studiare una strategia processuale.
La Corte ha respinto la tesi della parte censurata, secondo cui un avvocato non può essere tenuto a compiere atti pregiudizievoli per il suo assistito, con buona pace per il bon ton della colleganza; invece, sottolinea la Cassazione, il Cnf ha il pieno diritto di richiedere ai legali di astenersi da «contegni lesivi del decoro e della dignità professionale», senza vincolarsi a condotte tipiche e tipizzate per irrogare una sanzione.
In sostanza, per violare i principi etici fondamentali dell'avvocatura è sufficiente, come nel caso specifico, anche comportarsi con «ambiguità», perché si è trattato di «un comportamento strumentale per ritardare la realizzazione del diritto altrui facendo divenire il collega di controparte strumento inconsapevole della realizzazione del disegno dilatorio». Un tale disegno è del tutto compatibile, dal punto di vista dell'inquadramento normativo, con la violazione «di quei doveri di lealtà, correttezza e colleganza che sono ricompresi nel più ampio precetto» disciplinato dagli articoli 6 e 22 del codice deontologico.
E quanto ai riferimenti e ai principi normativi, le Sezioni unite sottolineano nella motivazione che «il Consiglio nazionale forense non è vincolato alla definizione dell'illecito quale scaturisce dal testo delle disposizioni del codice deontologico forense, essendo libero di individuare l'esatta configurazione della violazione tanto in clausole generali richiamanti il dovere di astensione da contegni lesivi del decoro e della dignità professionale, quanto in diverse norme deontologiche, o anche di ravvisare un fatto disciplinarmente rilevante in condotte atipiche non previste da dette norme (Sezioni unite 12903/11 e 15852/09)».

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