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Nei fondi sovrani arabi gli investimenti sorvegliati speciali

di Morya Longo

La Libia è solo il pesce piccolo. Il congelamento delle quote azionarie di Tripoli fa tanto scalpore, però ha un effetto tutto sommato limitato in Europa. Ma se alla Libyan Investment Authority, braccio finanziario di Gheddafi, si aggiungono gli altri fondi sovrani del Nord Africa e del Golfo Persico, allora il pesce diventa grosso. Enorme: tutti insieme, questi fondi nati e cresciuti grazie al petrolio hanno infatti un patrimonio di 1.500 miliardi di dollari. Solo 64 miliardi di questi sono libici. Il professor Bernardo Bortolotti, fondatore dell'osservatorio dei fondi sovrani, stima che ben 600 miliardi di dollari siano stati investiti in Europa e circa 300 in Nord America. Soldi che in passato hanno foraggiato banche in crisi (come Citigroup), case automobilistiche (come Porsche) e imprese di tutti i settori, ma che oggi iniziano a scottare: se turbolenze politiche simili a quelle che hanno colpito Tunisia, Egitto e Libia dovessero infatti estendersi a Stati come il Barhain, Abu Dhabi, Kuwait, Qatar e Oman, allora sì che le conseguenze nei paesi europei e nordamericani sarebbero gigantesche. Seicento miliardi in Europa, 300 in Nord America: questo è il conto potenziale, per l'occidente, dei tumulti arabi. Escludendo l'effetto petrolio.

La manna per i manager…

I fondi sovrani sono quei giganteschi "salvadanai" creati dai paesi con un surplus di bilancio (grazie per esempio alle esportazioni di petrolio) per investire all'estero. Sono di fatto il braccio finanziario, e pieno di soldi, di vari sceicchi o di capi di stato: hanno fondi sovrani stati come Abu Dhabi, il Kuwait, il Qatar, la Libia, l'Oman e il Barhain. Fino a pochi mesi fa erano gli investitori che qualunque manager di grande azienda avrebbe voluto avere tra gli azionisti: perché hanno sempre avuto tanti soldi e nessuna voglia di intralciare il lavoro dei manager. Tutto l'opposto degli hedge fund.

«Uno studio che abbiamo condotto tempo fa – spiega il professor Bortolotti dell'Università di Torino – dimostra chiaramente che questi fondi sovrani pur avendo spesso rappresentanti nei consigli di amministrazione non svolgono un ruolo attivo». Così, anche durante la recente crisi finanziaria, i contanti dei fondi sovrani sono stati bene accetti per risolvere situazioni difficili. Come quando Abu Dhabi Investment Authority ha iniettato 7,5 miliardi di dollari nella traballante Citigroup. O, più di recente, quando molti fondi sovrani si sono offerti per acquistare titoli di stato di paesi europei in crisi. Pecunia non olet, si potrebbe dire.

…diventa un problema

Purtroppo oggi i primi nodi vengono al pettine. È vero che questi fondi hanno sempre destato un po' di sospetti, soprattutto per la scarsa trasparenza, ma solo ora si capisce veramente quale potrebbe essere il risvolto della medaglia: basta una rivolta, un cambio politico, senza arrivare alla situazione estrema della Libia, per mettere in subbuglio le partecipazioni azionarie di colossi quotati a Milano, Londra o Wall Street e – di conseguenza – per gettare un'ombra sulla governance. Ovvio: immaginare che quanto stia succedendo in Libia possa accadere anche in Paesi come Abu Dhabi è un azzardo fuori luogo. Ma il punto non è questo: dopo la crisi in Nord Africa, il comportamento di questi fondi potrebbe cambiare. Questo è il problema.

I primi effetti già si vedono. Dopo le rivolte in Nord Africa, l'Arabia Saudita ha per esempio annunciato un pacchetto di misure da 37 miliardi di dollari a sostegno della popolazione. L'Arabia (che non ha un fondo sovrano in senso stretto ma ha una dotazione da 431 miliardi di dollari in mano a un'agenzia della banca centrale) potrebbe dunque destinare meno soldi ai mercati occidentali. Non solo. Barhain, Libia, Oman e Kuwait hanno recentemente aumentato le spese interne – per calmare le proteste – per una cifra pari al 4% del loro Pil. Anche questi, insomma, sono soldi in meno sui mercati occidentali. Ma non è solo questo il problema. Il congelamento delle partecipazioni libiche dimostra che società occidentali si possono improvvisamente trovare con uno o due consiglieri di amministrazione "congelati": questo falsa la governance e gli equilibri tra gli azionisti.

L'effetto domino in occidente

Capire quali società e quali settori industriali possano avere l'impatto maggiore da un'eventuale estensione delle turbolenze è difficile. Semplicemente perché nessuno sa veramente dove questi fondi abbiano veramente investito i 1.500 miliardi di dollari di patrimonio. Si conoscono gli investimenti più rilevanti (per esempio quelli in Citigroup, Porsche, Volksvagen, Barclays o UniCredit), ma si tratta solo della punta dell'iceberg: tutto il resto è oscuro. Non si sa quanti titoli di stato abbiano in portafoglio. Non si sa quante partecipazioni azionarie o immobiliari abbiano. Certo è che 600 miliardi di euro investiti in Europa e 300 miliardi in Nord America sono cifre rilevanti. Potrebbero essere loro le prossime "vittime" di una crisi finanziaria che continua a cambiare faccia.

 

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