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Negozi chiusi la domenica. «Si perdono 150 mila posti»

Quale impatto avrebbe la marcia indietro sulla liberalizzazione delle aperture dei negozi? Per dare una risposta a questa domanda, Confimprese, associazione delle grandi catene della distribuzione moderna ha commissionato uno studio ad hoc. Secondo la società che lo ha condotto, Bain & Company, a regime verrebbe a mancare l’equivalente di 150 mila posti di lavoro a tempo pieno, nel caso di applicazione della nova normativa con il massimo rigore anche da parte delle Regioni. Nella migliore delle ipotesi, invece, i posti persi sarebbero 100 mila.

Di questi 100-150 mila posti, il grosso sarebbe nella grande distribuzione e nelle catene che riuniscono più punti vendita sotto la stessa insegna: in tutto 85-125 mila posti. Altri 10-20 mila andrebbero persi nel commercio all’ingrosso e 3-4 mila negli outlet. Resterebbe sostanzialmente stabile in entrambi gli scenari l’occupazione nel piccolo commercio. Da notare: i negozi tradizionali non sarebbero in grado di compensare le uscite dalla grande distribuzione.

Come è possibile un impatto così severo? Dopotutto chi non può fare la spesa di domenica la riprogrammerà nelle giornate successive. Secondo gli autori dell’indagine questo vale soprattutto nell’alimentare. Ma c’è anche una fetta di spesa cosiddetta «d’impulso» che avviene semplicemente perché se ne ha l’occasione. Pensiamo al maglione in più che non sarebbe proprio indispensabile ma di cui ci innamoriamo passando davanti a una vetrina. Chiudendo i negozi la domenica questo fatturato andrebbe perduto.

Tutto ciò avrebbe un effetto a catena. I conti dei punti vendita già oggi in difficoltà potrebbero scendere al di sotto del livello di sostenibilità. E venire chiusi. La stima tiene conto anche di questo: dei 150 mila posti a rischio, 25 mila sarebbero all’interno di punti vendita che potrebbero chiudere del tutto. Tenendo conto che nel commercio i part time sono circa il 35%, le persone che potrebbero perdere il posto sarebbero circa 180 mila.

A conti fatti, gli unici ad avere vantaggi dalle chiusure domenicali sarebbero i gestori di vendite online. A regime, infatti, secondo Bain & Company le chiusure domenicali e festive potrebbero portare a un aumento delle vendite online compreso tra il 7,2 e il 18,6%.

«Lo scenario dipinto da questo studio è addirittura peggiore di quanto avevamo immaginato — tira le somme Mario Resca, presidente di Confimprese —. Per questo non possiamo che ribadire la nostra posizione: nessuna mediazione con il governo rispetto al disegno di legge in discussione che introduce 26 domeniche e 12 festività con le saracinesche abbassate».

Le altre organizzazioni del commercio, però, da Confcommercio a Federdistribuzione, hanno trovato la quadra rispetto a una controproposta da fare al governo. Che può essere riassunta così: passi per le 12 chiusure festive tra nazionali e regionali, ma resti la libertà sulle domeniche. «Per noi invece non esistono mediazioni», ribadisce Resca.

Per molti lavoratori, però, la mancanza di volontarietà sul lavoro domenicale spesso diventa un problema. Si potrebbe offrire qualche miglioramento su questo fronte? Resca non si smuove di un millimetro: «Noi restiamo convinti che le regole attuali siano equilibrate. Semplicemente si faccia rispettare la legge».

Rita Querzè

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